L’archivio della polvere – Mezza Riga n. 31
Architettura, mattoni del Settecento e ingegneria estetica: come si costruisce un campo di terra rossa, e perché su quel manto, così bisognoso di cure, il tennis diventa materia, memoria e letteratura
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Testo di Giuliano Malatesta
Illustrazione di Kato Trofimova
Gli si rimprovera di essere arcaica, fragile, effimera. E per questo relegata all’oblio dalla notte dei tempi. Nonostante un terzo dell’umanità viva ancora in case di terra e il 15 per cento dei siti iscritti al patrimonio mondiale UNESCO sia costruito basandosi su questo materiale, in architettura uscire dalla povertà ha significato abbandonare la terra e guardare altrove, verso orizzonti più moderni. Ma i pregiudizi hanno radici lontane. Quando Napoleone Bonaparte vide la realizzazione della città di La Roche-sur-Yon, riedificata dopo le distruzioni della guerra di Vandea e ricostruita con il pisé, antica tecnica che consiste nel compattare terra umida all’interno di casseforme, infilò la sciabola in un muro dicendo: “Ho sparso oro a piene mani per edificare palazzi, e voi avete costruito una città di fango”.

“La terra è un materiale sensuale. La sua inerzia termica, il comfort acustico, la capacità di assorbire l’umidità e restituirla quando serve avvolgono completamente. La terra possiede vere qualità emozionali: parla ai sensi”, afferma Alia Bengana, architetto che insegna in Svizzera e in Francia e da quindici anni è specializzata nello studio dei materiali naturali, con una particolare predilezione per le fibre e la terra cruda. “Da qualche anno però la terra è tornata a essere al centro dell’attenzione. Il motivo principale è la CO₂. Se prima si parlava di low-tech, autocostruzione e patrimonio, oggi si evidenziano soprattutto i vantaggi ecologici: estrazione locale, salubrità, bassissime emissioni”. La terra cruda è gratuita, accessibile, durevole, infinitamente riciclabile, ma vulnerabile. Dunque va difesa, protetta, conservata. Dalla pioggia, naturalmente, il suo peggior nemico, ma anche dalle altre insidie climatiche. Quando l’umidità è eccessiva tiene meno, si aggruma, diventa polverosa. È questo spazio di vulnerabilità che rende la sua dimensione tennistica da sempre regno di fatica, sudore, lentezza. Un universo a parte, dove l’attesa, la pazienza e la costruzione del punto possono avere un valore superiore alla bellezza del gesto, che su quel manto polveroso, pieno di cicatrici che compaiono e svaniscono in un attimo, non sempre riesce a trovare lo spazio che meriterebbe. La terra rossa non si concede, non fa sconti e non permette vie di fuga, ti obbliga a confrontarti con la realtà. Come ha scritto Andre Agassi nella sua autobiografia (che forse tutti dovremmo smettere di citare), la terra è una superficie “che ti costringe a guardarti dentro”.
Ma come si lavora questa superficie? Con quali tecniche? Come si costruisce, da zero, un campo di terra rossa in seguito calpestato dai migliori giocatori del mondo? Pierluigi Troiani, detto Pigi, è un romano dal sorriso sincero, la voce forte e modi novecenteschi. Da oltre quarant’anni con l’azienda di famiglia, la Mari Sport, avviata dal padre, si occupa della manutenzione dei campi del Foro Italico. “È la mia quarantaduesima edizione”, racconta con orgoglio, mentre mi porta in giro all’interno degli Internazionali facendo lo slalom tra il pubblico con una macchinetta elettrica. Pare si sia formata una buca al campo 13, bisogna andare a controllare prima che inizi un incontro di secondo turno femminile. Scoprirò a breve che l’Italia non eccelle solo a livello tennistico ma anche in fatto di costruzione, gestione e manutenzione dei campi. “Lavoriamo in tutto il mondo, per la federazione inglese abbiamo fatto quattro campi a Londra, mentre per quella americana abbiamo costruito sei campi a Orlando dove i giocatori che escono dal torneo di Miami vanno ad allenarsi prima della stagione europea. Le terra è la stessa, la portiamo noi, ma la manutenzione è più complicata, perché lì non possiedono questa cultura, così una volta l’anno mi tocca attraversare l’oceano per andare a formare le persone”.
La vita di un campo centrale come quello degli Internazionali ha bisogno di infinite cure ed attenzioni. Durante l’anno, da giugno a gennaio, quando viene utilizzato dai soci (l’unico giorno di chiusura ufficiale è il primo gennaio) si fa una manutenzione ordinaria: innaffiamento, riparazione buche, tappeto, cambio della rete. A febbraio si avvia la rigenerazione. Il campo viene pesato con un macchinario particolare e poi vengono ricaricati i livelli. In fase di costruzione servono circa 350 quintali di terra, con la rigenerazione ne sono sufficienti 80/90. “Un campo come il centrale ha uno spessore di quaranta centimetri – spiega Troiani – ed è composto da un sottofondo di lapillo vulcanico e da un sottomanto, che è lo strato fondamentale e la struttura vera del campo”. Per farlo l’azienda utilizza le argille ferrose contenute nei mattoni del Settecento e Ottocento che vengono raccolti dalle cascine abbandonate nella zona del cremonese e del piacentino, e successivamente frantumati. “Utilizziamo i mattoni antichi perché rispetto a quelli moderni la cottura è più lenta, rimane molto più porosa, e quindi diventa più drenante del materiale normale”. Il risultato è una tonalità meno accesa, una sorta di rosato. Al termine dell’intero processo si aggiunge il colore, per portarlo alla giusta gradazione di rosso desiderata. È ingegneria estetica, e in gergo tecnico viene chiamata la cipria del campo.
Nella prima settimana degli Internazionali si sono intravisti anche i tecnici dell’ATP per una serie di verifiche sui campi, come i rimbalzi e le velocità. L’intento non dichiarato è quello di uniformare i campi europei in terra rossa, rendendoli possibilmente tutti un po’ più veloci per andare incontro alle esigenze di gran parte dei giocatori. Chiedo a Troiani se è in grado di spiegarmi le differenze tra la terra del Foro e quella del Roland Garros: “Parigi ha una struttura completamente diversa. Loro non usano il drenaggio come il nostro, fanno una massicciata simile, poi aggiungono uno strato di 5 centimetri: si tratta di un calcare macinato molto fino, tipo sottomanto, lo rullano, lo compattano e infine aggiungono moltissimo malto. È una superficie molto veloce, più dura, con il difetto principale che se piove è impossibile giocare, perché questo drenaggio così compatto fa defluire l’acqua molto lentamente. È un problema di struttura”. Meglio non rivelarlo ai cugini d’oltralpe, la loro suscettibilità è oggetto di numerosi studi.
La terra, dicevamo, è un prodotto vivo, naturale, e dunque per sua natura soggetto a una serie di problematiche. Ma è questo aspetto a renderla interessante. Affascinante da un lato, insidiosa dall’altro. Sappiamo come la terra registri il passaggio della pallina e dunque conservi una memoria, seppur sfuggevole e di breve durata, composta di segni e traiettorie, di impronte e scivolate. Tracce che svaniscono nel nulla, ma che rimangono come sospese dentro un immaginario, una sorta di archivio della memoria, almeno fino a quando la tecnologia non si porterà via i nostri ricordi cancellando tutto con un clic.
Poco sensibile a queste dinamiche, l’immaginario televisivo e cinematografico ha sempre preferito l’eleganza dell’erba o la semplicità del cemento, più comode da rappresentare e mettere in scena. Di contro la polverosa terra ha invece generato una sua estetica, fatta certamente di segni ma anche di gesti tecnici, di colpi impossibili, di rotazioni esasperate e di scambi estenuanti. Gesti e colpi tenuti assieme da un unico invisibile filo conduttore: la lentezza. In un’epoca ossessionata dalla velocità, sulla terra rossa accade il contrario, il ritmo si dilata, prende tempo, respira, rallenta. Sembra quasi che la terra inviti a una forma di contemplazione. Proustiana, direbbe qualche colto letterato. Se sul veloce un servizio porta con sé il grande vantaggio di poter chiudere il punto rapidamente, sulla terra rossa sovente avviene l’esatto opposto: può accadere – e lo fa spesso – che la velocità del servizio venga disinnescata e che la battuta sia solo l’avvio di uno scambio potenzialmente infinito, che terminerà solo quando uno dei due contendenti, esausto, sarà costretto ad arrendersi. Ancora pazienza, sudore, sofferenza. Qualcuno ha scritto che i giocatori di tennis assomigliano ai personaggi dei romanzi russi, nei quali le cose accadono solo dopo un numero sufficiente di pagine. Mai prima. La metafora è centrata, anche perché alla terra appartiene una dimensione squisitamente letteraria: è capace di conservare il passaggio dei corpi per poi provare a raccontarlo sotto forma di storia.
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Giuliano Malatesta è nato a Roma nel 1972. È convinto di avere il diritto mancino alla Rafa Nadal. Ha lavorato all’Ansa, la CBS, Il Messaggero, Il Venerdì di Repubblica, Il Manifesto. È autore per Arcana, Giulio Perrone Editore, 66thand2nd. Il suo ultimo libro è A Pamplona con Ernest Hemingway.
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