Tra marmo e terra – Mezza Riga n. 29
Dove i simboli del regime si mescolano allo sport globale: il Foro Italico è una cittadella che ogni generazione ha riscritto a modo suo. Il tennis, arrivato dopo, è la sua trasformazione più riuscita
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Testo di Francesco Maselli
Illustrazione di Andrea Legnaioli
Non posso dire di aver visto e attraversato tutti i comprensori del circuito, né quindi di averne percepito davvero il carattere, il rapporto con la città, il modo in cui ciascuno si appoggia all’ambiente circostante. Basta però guardarli, anche solo in fotografia, per cogliere una caratteristica comune: quasi tutti sembrano nati con e per il tennis. Sono spazi funzionali, riconoscibili, organizzati intorno ai campi, alle tribune, ai percorsi degli spettatori e agli spazi per i giocatori o, come a Wimbledon, per i soci del circolo. Anche quando sono belli e perfettamente coerenti con il carattere ovattato e signorile del gioco che ospitano, restano luoghi pensati per quello: per il rito codificato di uno sport che ha bisogno di silenzio, geometria, concentrazione.
Naturalmente esistono eccezioni. Lo US Open si gioca a Flushing Meadows, dentro un enorme parco newyorkese immaginato per la New York World’s Fair del 1939 e che porta con sé una storia urbana più ampia del tennis. Ma anche in quel caso, l’USTA Billie Jean King National Tennis Center ha ritagliato un suo recinto autonomo e separato dal resto del complesso, al punto che, per il pubblico del tennis, Flushing Meadows è sinonimo di US Open. Il Foro Italico, invece, è un’altra cosa.

Che il Foro non sia nato per il tennis è scontato. Il punto è che non sembra nemmeno un luogo pienamente funzionale. È troppo grande, troppo carico, attraversato da altri usi e altri significati. La prima impressione, entrando nel complesso che ogni primavera ospita gli Internazionali d’Italia, è che sia un luogo costruito intorno al superfluo: prospettive, marmi, viali, mosaici, statue e simboli contano quanto gli edifici, in uno spazio che eccede la propria funzione. È una cittadella dello sport, certo, ma anche una scenografia monumentale, una testimonianza dell’ultima grande trasformazione urbana di Roma.
Per gran parte dell’anno, il Foro Italico è frequentato da persone che con il tennis non hanno nulla a che fare. La piscina, gli uffici e l’Università, lo Stadio Olimpico, casa della Roma e della Lazio, ma anche spazio per i concerti, per i grandi eventi popolari e privati. Lo Stadio dei Marmi, che appartiene all’immaginario dell’atletica più che a quello della racchetta; l’Accademia di Scherma, con il suo grande mosaico sulla parete principale. Durante gli Internazionali, il tennis occupa questo paesaggio e lo trasforma per qualche settimana.
È probabilmente questo a colpire un tennista che entra per la prima volta al Foro Italico. Non uno dei primi cinquanta al mondo, ormai abituato e assuefatto ai circoli come ai ritmi infernali del circuito, ma un giocatore o una giocatrice che sta ancora costruendo la propria classifica, che magari non figura nemmeno tra i primi cento, che ha già visto grandi impianti, tornei importanti, stadi pieni, ma non un luogo così fuori dal tempo. Arriva a Roma con pensieri molto concreti: un turno da passare, punti ATP o WTA da conquistare, un montepremi che può finanziare le prossime settimane di viaggio, allenatori, alberghi, voli, fisioterapisti, iscrizioni. Eppure, anche dentro questa contabilità severa della carriera, è difficile non perdere qualche minuto a guardarsi intorno, dentro una scenografia sproporzionata, quasi metafisica, distesa ai piedi della collina verde di Monte Mario.
Lo spaesamento diventa ancora più forte se quel giocatore finisce sul Pietrangeli, forse il campo più bello e più anomalo del torneo. Non ha nulla dell’arena contemporanea: le gradinate in marmo di Carrara scendono verso il campo, mentre la parte superiore delle tribune resta allineata al piano di calpestìo del Foro. Attorno al campo si ergono diciotto statue, anch’esse in marmo. Il bianco splende, con la terra rossa a fare da contrasto e, quando la pallina viene lanciata in aria per il servizio, sembra per un attimo perdersi all’interno di quella scenografia. Oggi è uno dei luoghi più riconoscibili degli Internazionali, ma nasce come Stadio della Pallacorda: il nome che il fascismo diede al tennis, nel tentativo di italianizzare anche la lingua dello sport. Più che uno stadio, con soli 3740 posti, sembra un frammento del Foro dentro cui il tennis è stato incastonato.
Chi viene qui ogni due settimane per la Serie A non ci fa quasi più caso, si sofferma al massimo sulla copertura dell’Olimpico. Ma rivolgendo lo sguardo a terra, oltre ai mosaici, fragili, costosi da manutenere, eppure impossibili da ammirare solo come semplice decorazione, ci si imbatte nelle parole e negli slogan del fascismo, ripetuti ossessivamente: “Duce”, “Duce a noi”, “Molti nemici, molto onore”. Poi lo sguardo risale verso i monoliti bianchi ai lati del viale, che scandiscono le tappe fondamentali dell’Italia fascista, e infine verso l’obelisco, con l’enorme scritta verticale “Mussolini Dux”. È lì che il Foro ricorda la propria origine: non un luogo sportivo come gli altri, ma un complesso nato all’apice del regime come Foro Mussolini.
Il suo senso originario appartiene al rapporto difficile, ossessivo e contraddittorio che il fascismo intrattiene con Roma. Quando diventa capitale del Regno d’Italia nel 1870, Roma non è una grande metropoli, ma un “paesone”: un’enorme distesa di campi, pascoli e vigneti, interrotta da ville, rovine e da un centro barocco ormai completamente anacronistico rispetto alle altre capitali europee. Seduta sulle rovine di una capitale antica che aveva conosciuto il milione di abitanti e ormai spopolata, la città offre al fascismo un contenitore pronto a essere riempito. “Mussolini era antiurbano e antiurbanista, tranne che per Roma e Milano”, afferma lo scrittore e architetto Gianni Biondillo. Roma, però, offre al fascismo una materia quasi ideale: abbastanza vuota da poter essere plasmata e trasformata, ma allo stesso tempo carica di passato da poter essere usata come mito.
“L’orgia edificatoria del Ventennio si inserisce dentro una città dalla fortissima identità stratificata, che possiamo dividere in tre grandi periodi: la Roma antica, la decadentissima Roma medievale affastellata sulle rovine, la Roma barocca del culmine del potere temporale dei papi. La Roma del Duce è il quarto periodo, che tenta di aggiungere un nuovo strato monumentale agli altri”, spiega Biondillo. Il Foro Mussolini è dunque un tassello della rifondazione simbolica della capitale. Per il fascismo, Roma era il luogo in cui dimostrare una continuità immaginaria con l’impero, trasformando le rovine in promessa di futuro e l’antico in disciplina politica. Mussolini lo dice già nel 1922, prima ancora di arrivare al potere:
La Roma che noi onoriamo, non è la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine. La Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell’avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia, forte, disciplinata e imperiale.
Il Foro Mussolini nasce dentro questa idea: non conservare Roma, ma riattivarla come mito politico. Era un progetto naturalmente megalomane, ma pensato per dare un’immagine di ordine e razionalità all’espansione quasi forzata della capitale. Negli anni del regime Roma cambia scala: passa dai circa 660 mila abitanti del 1921 a più di 1,2 milioni alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Il Foro appartiene a questa trasformazione: è propaganda, ma anche urbanistica. L’operazione prende forma alla fine degli anni Venti attorno a Renato Ricci, sottosegretario all’Educazione nazionale e fondatore dell’Opera nazionale Balilla. È lui l’iniziatore del Foro Mussolini, affidato inizialmente a Enrico Del Debbio, architetto classicista, più vicino al gusto monumentale e tradizionale del regime. “È un progetto che nasce evidentemente come dispositivo propagandistico, come luogo della costruzione dell’uomo fascista”, racconta Biondillo, eppure Ricci non è un committente qualunque. “L’Italia è un po’ fatta così: appena hai un piccolo spazio di potere, fai il tuo feudo”. In un contesto dominato da gerarchi “grevi e ignoranti” che si circondavano di collaboratori simili, Ricci compie però una scelta diversa: capisce che per dare forma a un progetto destinato a restare non basta l’obbedienza. Serve qualità architettonica. Per questo, accanto a Del Debbio, comincia progressivamente ad affidarsi a Luigi Moretti, più giovane, meno prevedibile, non il favorito di Mussolini, ma dotato di uno sguardo più aperto e moderno. La sua forza nasce anche da questa tensione: un progetto ideologico affidato a progettisti capaci; un luogo pensato per educare, ma costruito con una qualità che ne ha permesso la sopravvivenza e la continua riattivazione anche dopo la fine del regime.
La prima pietra dell’Accademia di Educazione fisica e dello Stadio dei Marmi viene posta il 5 febbraio 1928. Da lì il complesso si allarga progressivamente ma, a differenza dell’EUR, dove la monumentalità tende a farsi verticale, compatta, austera, al Foro l’architettura resta più bassa, distesa, apparentemente meno schiacciante. Gli impianti sportivi hanno un’elevazione moderata, il rapporto con il paesaggio è più aperto, le prospettive si allungano verso Monte Mario, che il regime vincola proprio per mantenerlo libero da costruzioni e trasformarlo in fondale naturale del complesso. Anche i colori partecipano a questa costruzione simbolica: il rosato dei palazzi, il bianco dei marmi, il verde della collina. L’imponenza viene spostata sullo sfondo: dentro il complesso nello Stadio dei Cipressi, oggi Stadio Olimpico, e subito fuori dal suo recinto nella massa della Farnesina.
Dentro questa misura apparente, però, tutto è costruito per formare, ordinare, rappresentare. Lo Stadio dei Marmi, con le sue sessanta statue di atleti in marmo bianco di Carrara, è forse l’immagine più evidente di questa idea: corpi ideali, immobili, ripetuti intorno allo spazio dell’esercizio fisico. L’edificio delle piscine, l’Accademia di Scherma, il viale dell’Obelisco, le Foresterie Sud, gli impianti della racchetta appartengono alla stessa grammatica. Sport, igiene, classicismo e propaganda sono tenuti insieme nello stesso disegno.
Eppure proprio questa coerenza non ha impedito al Foro di cambiare significato. Un complesso concepito per l’uomo fascista è diventato, nel tempo, una delle grandi scene dello sport repubblicano, popolare, televisivo, commerciale, internazionale. “Abbiamo questa idea dell’architettura come se fosse un quadro di Van Gogh: l’artista arriva, dipinge e se ne va”, suggerisce Biondillo. “In realtà parliamo di opere che durano decenni”. Il Foro è esattamente questo: un luogo pensato da alcuni, trasformato da altri, usato da generazioni che non l’hanno scelto e non ne condividono più il significato originario.
La sua storia repubblicana comincia quasi subito con una forma di riappropriazione. Dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, nel luglio 1948, una grande manifestazione del Partito comunista italiano si svolge proprio lì, dentro uno degli spazi simbolici più riconoscibili del regime appena crollato. Anche le stele aggiunte in seguito, accanto a quelle della narrazione fascista, raccontano questo slittamento: dopo la sequenza del regime arriva quella dell’Italia repubblicana. Non è una cancellazione. È una sovrapposizione, coerente con la scelta compiuta nei confronti di molte opere lasciate dal Ventennio: non abbattere, non neutralizzare del tutto, ma aggiungere, cambiare uso.
Naturalmente, queste contaminazioni non hanno sempre la stessa nobiltà. A volte sono riscritture politiche o adattamenti funzionali, altre volte veri e propri scempi. L’esempio più evidente è l’Accademia di Scherma, edificio morettiano raffinatissimo e tra i più riconoscibili del complesso, trasformato negli anni Ottanta in aula bunker per i processi al terrorismo. Il Foro, così facendo, è rimasto vivo, e ogni generazione ne ha fatto qualcosa di diverso: impianto sportivo nazionale, scenario olimpico, cittadella del Coni, spazio della domenica calcistica, sede di rugby, atletica, nuoto. E poi, sempre di più, tennis.
Eppure, è quasi un paradosso. Il tennis che oggi identifichiamo con il Foro Italico entra nel complesso quando il disegno originario è già molto avanzato: lo Stadio della Pallacorda viene inaugurato nel 1934, sei anni dopo la posa della prima pietra, e subito assorbito nella grammatica del regime. Gli Internazionali d’Italia, nati nel 1930 a Milano, arrivano al Foro Mussolini cinque anni più tardi, ma riescono a vivere una sola edizione romana prima della lunga interruzione dovuta all’isolamento internazionale del regime e poi alla guerra. In quell’unico anno romano, le finali hanno quasi il sapore del presagio: sia nel maschile sia nel femminile vincono giocatori stranieri; tra gli uomini, l’italiano Giovanni Palmieri perde contro l’americano Wilmer Hines, mentre nel femminile Lucia Valerio viene battuta dalla tedesca Hilde Sperling.
Il Centrale arriva più di mezzo secolo dopo, nel 1996, quando il torneo ha ormai cambiato scala. Eppure oggi è difficile pensare il Foro senza gli Internazionali, è una delle sue trasformazioni più riuscite: uno sport individuale, tecnico, mentale, con qualcosa di disciplinato, ma anche di aristocratico, ormai diventato pop. Il progetto che cambierà il Centrale non è altro che un nuovo capitolo di questa lunga stratificazione: i lavori, che inizieranno dopo la fine di questa edizione, dovrebbero trasformare l’impianto in un’arena coperta e polifunzionale entro quella del 2027. L’involucro attuale sarà sostituito da una struttura vetrata e circolare, aperta verso il Pietrangeli e il parco, con copertura, terrazze panoramiche e nuovi spazi pensati per usare l’arena oltre le due settimane del torneo, e si affiancherà al progetto di trasformazione del Foro in un grande parco urbano, con il recupero dei mosaici e un aumento del verde.
Il tennis, arrivato dopo, diventa così uno degli assi attraverso cui il Foro viene ripensato. Per qualche settimana, un luogo nato per educare il corpo collettivo fascista diventa il teatro di uno sport individuale e globale, abitato da sponsor internazionali, televisioni, pubblico pagante, ragazzi con il cappellino e turisti che magari passano davanti alla scritta “Duce” senza fermarsi davvero a guardarla, sovrastata dall’eco dell’annuncio dell’arbitro che nel tardo pomeriggio di una domenica di maggio scandirà “Championship point”.
L’eccellenza del caffè Lavazza scende per la prima volta in campo agli Internazionali BNL d’Italia 2026, a Roma. Fino al 17 maggio, nella cornice del Foro Italico, Lavazza è al fianco di tutti gli appassionati in uno degli eventi sportivi più attesi del panorama nazionale e internazionale. Questo nuovo capitolo rafforza l’affinità tra Lavazza e il tennis, che unisce due eccellenze italiane riconosciute globalmente.
Durante i tornei, Lavazza diventa la “caffetteria del mondo”: una presenza globale che si traduce in numeri significativi. Oltre 15 milioni di caffè sono stati serviti in 15 anni di partnership nei diversi tornei e 25 milioni di spettatori hanno potuto vivere, dal vivo e in contesti unici e prestigiosi, l’esperienza autentica dell’espresso italiano.
Francesco Maselli (Napoli, 1991) è il corrispondente dall’Italia per il quotidiano francese l’Opinion, oltre che curatore di newsletter e podcast. Ha recentemente pubblicato per NR edizioni il libro La rivoluzione dopodomani Geografia sentimentale di un’Italia che galleggia. Per lo stesso editore ha esordito con L’Italia ha paura del mare: Reportage e saggi dai confini della Penisola, accolto con grande favore dalla critica, e ha tradotto dal francese nome in codice: Elitár I di Ariane Chemin.
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Copyright © 2026, Nightreview srl. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Testo di Francesco Maselli
Illustrazione di Andrea Legnaioli
Non posso dire di aver visto e attraversato tutti i comprensori del circuito, né quindi di averne percepito davvero il carattere, il rapporto con la città, il modo in cui ciascuno si appoggia all’ambiente circostante. Basta però guardarli, anche solo in fotografia, per cogliere una caratteristica comune: quasi tutti sembrano nati con e per il tennis. Sono spazi funzionali, riconoscibili, organizzati intorno ai campi, alle tribune, ai percorsi degli spettatori e agli spazi per i giocatori o, come a Wimbledon, per i soci del circolo. Anche quando sono belli e perfettamente coerenti con il carattere ovattato e signorile del gioco che ospitano, restano luoghi pensati per quello: per il rito codificato di uno sport che ha bisogno di silenzio, geometria, concentrazione.
Naturalmente esistono eccezioni. Lo US Open si gioca a Flushing Meadows, dentro un enorme parco newyorkese immaginato per la New York World’s Fair del 1939 e che porta con sé una storia urbana più ampia del tennis. Ma anche in quel caso, l’USTA Billie Jean King National Tennis Center ha ritagliato un suo recinto autonomo e separato dal resto del complesso, al punto che, per il pubblico del tennis, Flushing Meadows è sinonimo di US Open. Il Foro Italico, invece, è un’altra cosa.

Che il Foro non sia nato per il tennis è scontato. Il punto è che non sembra nemmeno un luogo pienamente funzionale. È troppo grande, troppo carico, attraversato da altri usi e altri significati. La prima impressione, entrando nel complesso che ogni primavera ospita gli Internazionali d’Italia, è che sia un luogo costruito intorno al superfluo: prospettive, marmi, viali, mosaici, statue e simboli contano quanto gli edifici, in uno spazio che eccede la propria funzione. È una cittadella dello sport, certo, ma anche una scenografia monumentale, una testimonianza dell’ultima grande trasformazione urbana di Roma.
Per gran parte dell’anno, il Foro Italico è frequentato da persone che con il tennis non hanno nulla a che fare. La piscina, gli uffici e l’Università, lo Stadio Olimpico, casa della Roma e della Lazio, ma anche spazio per i concerti, per i grandi eventi popolari e privati. Lo Stadio dei Marmi, che appartiene all’immaginario dell’atletica più che a quello della racchetta; l’Accademia di Scherma, con il suo grande mosaico sulla parete principale. Durante gli Internazionali, il tennis occupa questo paesaggio e lo trasforma per qualche settimana.
È probabilmente questo a colpire un tennista che entra per la prima volta al Foro Italico. Non uno dei primi cinquanta al mondo, ormai abituato e assuefatto ai circoli come ai ritmi infernali del circuito, ma un giocatore o una giocatrice che sta ancora costruendo la propria classifica, che magari non figura nemmeno tra i primi cento, che ha già visto grandi impianti, tornei importanti, stadi pieni, ma non un luogo così fuori dal tempo. Arriva a Roma con pensieri molto concreti: un turno da passare, punti ATP o WTA da conquistare, un montepremi che può finanziare le prossime settimane di viaggio, allenatori, alberghi, voli, fisioterapisti, iscrizioni. Eppure, anche dentro questa contabilità severa della carriera, è difficile non perdere qualche minuto a guardarsi intorno, dentro una scenografia sproporzionata, quasi metafisica, distesa ai piedi della collina verde di Monte Mario.
Lo spaesamento diventa ancora più forte se quel giocatore finisce sul Pietrangeli, forse il campo più bello e più anomalo del torneo. Non ha nulla dell’arena contemporanea: le gradinate in marmo di Carrara scendono verso il campo, mentre la parte superiore delle tribune resta allineata al piano di calpestìo del Foro. Attorno al campo si ergono diciotto statue, anch’esse in marmo. Il bianco splende, con la terra rossa a fare da contrasto e, quando la pallina viene lanciata in aria per il servizio, sembra per un attimo perdersi all’interno di quella scenografia. Oggi è uno dei luoghi più riconoscibili degli Internazionali, ma nasce come Stadio della Pallacorda: il nome che il fascismo diede al tennis, nel tentativo di italianizzare anche la lingua dello sport. Più che uno stadio, con soli 3740 posti, sembra un frammento del Foro dentro cui il tennis è stato incastonato.
Chi viene qui ogni due settimane per la Serie A non ci fa quasi più caso, si sofferma al massimo sulla copertura dell’Olimpico. Ma rivolgendo lo sguardo a terra, oltre ai mosaici, fragili, costosi da manutenere, eppure impossibili da ammirare solo come semplice decorazione, ci si imbatte nelle parole e negli slogan del fascismo, ripetuti ossessivamente: “Duce”, “Duce a noi”, “Molti nemici, molto onore”. Poi lo sguardo risale verso i monoliti bianchi ai lati del viale, che scandiscono le tappe fondamentali dell’Italia fascista, e infine verso l’obelisco, con l’enorme scritta verticale “Mussolini Dux”. È lì che il Foro ricorda la propria origine: non un luogo sportivo come gli altri, ma un complesso nato all’apice del regime come Foro Mussolini.
Il suo senso originario appartiene al rapporto difficile, ossessivo e contraddittorio che il fascismo intrattiene con Roma. Quando diventa capitale del Regno d’Italia nel 1870, Roma non è una grande metropoli, ma un “paesone”: un’enorme distesa di campi, pascoli e vigneti, interrotta da ville, rovine e da un centro barocco ormai completamente anacronistico rispetto alle altre capitali europee. Seduta sulle rovine di una capitale antica che aveva conosciuto il milione di abitanti e ormai spopolata, la città offre al fascismo un contenitore pronto a essere riempito. “Mussolini era antiurbano e antiurbanista, tranne che per Roma e Milano”, afferma lo scrittore e architetto Gianni Biondillo. Roma, però, offre al fascismo una materia quasi ideale: abbastanza vuota da poter essere plasmata e trasformata, ma allo stesso tempo carica di passato da poter essere usata come mito.
“L’orgia edificatoria del Ventennio si inserisce dentro una città dalla fortissima identità stratificata, che possiamo dividere in tre grandi periodi: la Roma antica, la decadentissima Roma medievale affastellata sulle rovine, la Roma barocca del culmine del potere temporale dei papi. La Roma del Duce è il quarto periodo, che tenta di aggiungere un nuovo strato monumentale agli altri”, spiega Biondillo. Il Foro Mussolini è dunque un tassello della rifondazione simbolica della capitale. Per il fascismo, Roma era il luogo in cui dimostrare una continuità immaginaria con l’impero, trasformando le rovine in promessa di futuro e l’antico in disciplina politica. Mussolini lo dice già nel 1922, prima ancora di arrivare al potere:
La Roma che noi onoriamo, non è la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine. La Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell’avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia, forte, disciplinata e imperiale.
Il Foro Mussolini nasce dentro questa idea: non conservare Roma, ma riattivarla come mito politico. Era un progetto naturalmente megalomane, ma pensato per dare un’immagine di ordine e razionalità all’espansione quasi forzata della capitale. Negli anni del regime Roma cambia scala: passa dai circa 660 mila abitanti del 1921 a più di 1,2 milioni alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Il Foro appartiene a questa trasformazione: è propaganda, ma anche urbanistica. L’operazione prende forma alla fine degli anni Venti attorno a Renato Ricci, sottosegretario all’Educazione nazionale e fondatore dell’Opera nazionale Balilla. È lui l’iniziatore del Foro Mussolini, affidato inizialmente a Enrico Del Debbio, architetto classicista, più vicino al gusto monumentale e tradizionale del regime. “È un progetto che nasce evidentemente come dispositivo propagandistico, come luogo della costruzione dell’uomo fascista”, racconta Biondillo, eppure Ricci non è un committente qualunque. “L’Italia è un po’ fatta così: appena hai un piccolo spazio di potere, fai il tuo feudo”. In un contesto dominato da gerarchi “grevi e ignoranti” che si circondavano di collaboratori simili, Ricci compie però una scelta diversa: capisce che per dare forma a un progetto destinato a restare non basta l’obbedienza. Serve qualità architettonica. Per questo, accanto a Del Debbio, comincia progressivamente ad affidarsi a Luigi Moretti, più giovane, meno prevedibile, non il favorito di Mussolini, ma dotato di uno sguardo più aperto e moderno. La sua forza nasce anche da questa tensione: un progetto ideologico affidato a progettisti capaci; un luogo pensato per educare, ma costruito con una qualità che ne ha permesso la sopravvivenza e la continua riattivazione anche dopo la fine del regime.
La prima pietra dell’Accademia di Educazione fisica e dello Stadio dei Marmi viene posta il 5 febbraio 1928. Da lì il complesso si allarga progressivamente ma, a differenza dell’EUR, dove la monumentalità tende a farsi verticale, compatta, austera, al Foro l’architettura resta più bassa, distesa, apparentemente meno schiacciante. Gli impianti sportivi hanno un’elevazione moderata, il rapporto con il paesaggio è più aperto, le prospettive si allungano verso Monte Mario, che il regime vincola proprio per mantenerlo libero da costruzioni e trasformarlo in fondale naturale del complesso. Anche i colori partecipano a questa costruzione simbolica: il rosato dei palazzi, il bianco dei marmi, il verde della collina. L’imponenza viene spostata sullo sfondo: dentro il complesso nello Stadio dei Cipressi, oggi Stadio Olimpico, e subito fuori dal suo recinto nella massa della Farnesina.
Dentro questa misura apparente, però, tutto è costruito per formare, ordinare, rappresentare. Lo Stadio dei Marmi, con le sue sessanta statue di atleti in marmo bianco di Carrara, è forse l’immagine più evidente di questa idea: corpi ideali, immobili, ripetuti intorno allo spazio dell’esercizio fisico. L’edificio delle piscine, l’Accademia di Scherma, il viale dell’Obelisco, le Foresterie Sud, gli impianti della racchetta appartengono alla stessa grammatica. Sport, igiene, classicismo e propaganda sono tenuti insieme nello stesso disegno.
Eppure proprio questa coerenza non ha impedito al Foro di cambiare significato. Un complesso concepito per l’uomo fascista è diventato, nel tempo, una delle grandi scene dello sport repubblicano, popolare, televisivo, commerciale, internazionale. “Abbiamo questa idea dell’architettura come se fosse un quadro di Van Gogh: l’artista arriva, dipinge e se ne va”, suggerisce Biondillo. “In realtà parliamo di opere che durano decenni”. Il Foro è esattamente questo: un luogo pensato da alcuni, trasformato da altri, usato da generazioni che non l’hanno scelto e non ne condividono più il significato originario.
La sua storia repubblicana comincia quasi subito con una forma di riappropriazione. Dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, nel luglio 1948, una grande manifestazione del Partito comunista italiano si svolge proprio lì, dentro uno degli spazi simbolici più riconoscibili del regime appena crollato. Anche le stele aggiunte in seguito, accanto a quelle della narrazione fascista, raccontano questo slittamento: dopo la sequenza del regime arriva quella dell’Italia repubblicana. Non è una cancellazione. È una sovrapposizione, coerente con la scelta compiuta nei confronti di molte opere lasciate dal Ventennio: non abbattere, non neutralizzare del tutto, ma aggiungere, cambiare uso.
Naturalmente, queste contaminazioni non hanno sempre la stessa nobiltà. A volte sono riscritture politiche o adattamenti funzionali, altre volte veri e propri scempi. L’esempio più evidente è l’Accademia di Scherma, edificio morettiano raffinatissimo e tra i più riconoscibili del complesso, trasformato negli anni Ottanta in aula bunker per i processi al terrorismo. Il Foro, così facendo, è rimasto vivo, e ogni generazione ne ha fatto qualcosa di diverso: impianto sportivo nazionale, scenario olimpico, cittadella del Coni, spazio della domenica calcistica, sede di rugby, atletica, nuoto. E poi, sempre di più, tennis.
Eppure, è quasi un paradosso. Il tennis che oggi identifichiamo con il Foro Italico entra nel complesso quando il disegno originario è già molto avanzato: lo Stadio della Pallacorda viene inaugurato nel 1934, sei anni dopo la posa della prima pietra, e subito assorbito nella grammatica del regime. Gli Internazionali d’Italia, nati nel 1930 a Milano, arrivano al Foro Mussolini cinque anni più tardi, ma riescono a vivere una sola edizione romana prima della lunga interruzione dovuta all’isolamento internazionale del regime e poi alla guerra. In quell’unico anno romano, le finali hanno quasi il sapore del presagio: sia nel maschile sia nel femminile vincono giocatori stranieri; tra gli uomini, l’italiano Giovanni Palmieri perde contro l’americano Wilmer Hines, mentre nel femminile Lucia Valerio viene battuta dalla tedesca Hilde Sperling.
Il Centrale arriva più di mezzo secolo dopo, nel 1996, quando il torneo ha ormai cambiato scala. Eppure oggi è difficile pensare il Foro senza gli Internazionali, è una delle sue trasformazioni più riuscite: uno sport individuale, tecnico, mentale, con qualcosa di disciplinato, ma anche di aristocratico, ormai diventato pop. Il progetto che cambierà il Centrale non è altro che un nuovo capitolo di questa lunga stratificazione: i lavori, che inizieranno dopo la fine di questa edizione, dovrebbero trasformare l’impianto in un’arena coperta e polifunzionale entro quella del 2027. L’involucro attuale sarà sostituito da una struttura vetrata e circolare, aperta verso il Pietrangeli e il parco, con copertura, terrazze panoramiche e nuovi spazi pensati per usare l’arena oltre le due settimane del torneo, e si affiancherà al progetto di trasformazione del Foro in un grande parco urbano, con il recupero dei mosaici e un aumento del verde.
Il tennis, arrivato dopo, diventa così uno degli assi attraverso cui il Foro viene ripensato. Per qualche settimana, un luogo nato per educare il corpo collettivo fascista diventa il teatro di uno sport individuale e globale, abitato da sponsor internazionali, televisioni, pubblico pagante, ragazzi con il cappellino e turisti che magari passano davanti alla scritta “Duce” senza fermarsi davvero a guardarla, sovrastata dall’eco dell’annuncio dell’arbitro che nel tardo pomeriggio di una domenica di maggio scandirà “Championship point”.
L’eccellenza del caffè Lavazza scende per la prima volta in campo agli Internazionali BNL d’Italia 2026, a Roma. Fino al 17 maggio, nella cornice del Foro Italico, Lavazza è al fianco di tutti gli appassionati in uno degli eventi sportivi più attesi del panorama nazionale e internazionale. Questo nuovo capitolo rafforza l’affinità tra Lavazza e il tennis, che unisce due eccellenze italiane riconosciute globalmente.
Durante i tornei, Lavazza diventa la “caffetteria del mondo”: una presenza globale che si traduce in numeri significativi. Oltre 15 milioni di caffè sono stati serviti in 15 anni di partnership nei diversi tornei e 25 milioni di spettatori hanno potuto vivere, dal vivo e in contesti unici e prestigiosi, l’esperienza autentica dell’espresso italiano.
Francesco Maselli (Napoli, 1991) è il corrispondente dall’Italia per il quotidiano francese l’Opinion, oltre che curatore di newsletter e podcast. Ha recentemente pubblicato per NR edizioni il libro La rivoluzione dopodomani Geografia sentimentale di un’Italia che galleggia. Per lo stesso editore ha esordito con L’Italia ha paura del mare: Reportage e saggi dai confini della Penisola, accolto con grande favore dalla critica, e ha tradotto dal francese nome in codice: Elitár I di Ariane Chemin.
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