La lingua dei segni – Mezza Riga n. 30
Rimbalzi, scivolate, dritti e rovesci: la terra rossa è l’unica superficie che conserva una memoria. Un numero fotografico per fermare quelle tracce, una a una, prima che vengano cancellate
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Fotografie di Agnese Morganti, in esclusiva per Mezza Riga
Testo di Gianni Montieri
Se, per dirla con Ferdinando Scianna, la massima ambizione per una foto è finire in un album di famiglia, fissare in un’immagine quello che sta per accadere, accadrà, sarà accaduto su un campo da tennis è qualcosa di diverso, più difficile da cogliere. Addomesticare, attraverso l’obiettivo, la terra rossa, l’impronta di una scarpa, un’ombra, una due tre palline prima del rimbalzo, il segno all’incrocio delle righe, immaginare il gesto prima che vada a compiersi, ha a che fare con un altro tipo di album, singolare, quasi religioso, poetico. Un album fatto di segni e silenzi, un album che lascia un sacco di cose fuori dagli scatti. Alcune verranno dopo, altre non verranno mai. L’occhio di chi osserva l’immagine aggiunge, immagina, ricorda, sussulta, trema così come in fondo fa la terra non appena viene mossa da un diritto, oppure sporcata dalla punta di una scarpa che ricade dopo il salto per uno smash. Segni e silenzio, c’è il rettangolo e, prima o dopo, qualcuno ci scriverà sopra. La terra sta là in attesa di ogni segno, è destinata a cambiare, secondo dopo secondo, game dopo game.
Rossa, dicono, così ce la raccontano. Rossa e non è vero, perché è color mattone. Cos’altro? Sabbia, come quando la spinge e deposita lo scirocco sui balconi delle case del Sud, sui tetti delle auto. Rossa e poi battuta, da chi e quando e prima o dopo. Terra, e forse non lo è, è solo macchia che si allarga, buco che si apre sotto la prima scarpa che calpesta, il primo rimbalzo. Silenzio, e sembra un quadro. Avviciniamoci uno per volta.
Là, nell’angolo, salde in una mano, tre punte di giallo. Pesarle, più gonfia, meno rovinata. Sentirle. Il braccio pare pensi (e poi scelga) col tennista. Eccone una che finisce al raccattapalle, una in tasca, l’altra resta in mano pronta per essere servita. Gli istanti dopo questa foto, prevedono il gesto che spinge la prescelta verso la terra. Un rimbalzo – tonfo – due rimbalzi, tre rimbalzi, quattro cinque. La palla torna. Gli istanti dopo per ora non esistono. La terra aspetta.
La linea bianca sporcata, è stato un punto o non lo è stato? Il segno che resta sembra terra trascinata, spostata da un vento, da un piede che scivola, da un calcio dato alla terra con stizza. La linea bianca intonsa attende un segno, qualcuno che scriva, la terra che la sporca – a saper guardare – comincia (o finisce) qualcosa come succede in una poesia. La linea aspetta in silenzio, la traccia rossa che macchia è una parola, il segno che rimane è la speranza che abbiamo autorizzato.
L’impronta rossa che rimane al passaggio di una scarpa da tennis è un segno che vale una firma. Sotto la suola di gomma c’è quello che hai calpestato, forse il tennista che quel giorno sei stato. I segni più marcati nella parte anteriore della scarpa sono un autografo? Ci dicono come appoggi il piede, caro tennista? Quante volte lo hai fatto? Se hai spinto più con la punta o col tallone. Tutto quel rosso accumulato sul lato sono le tue frenate e le tue scivolate. Forse le volte che sei arrivato in tempo sulla palla, le altre, quelle dolorose, in cui il rimbalzo era già troppo tardi.
Chi guarda chi, chi fotografa cosa. Quanta Sabalenka possiamo contenere? C’è la fotografia che segna il tempo e lo spazio, la testa e le dita di qualcuno che si muovono su uno smartphone, in alto c’è un pezzo di campo che sfuma. In mezzo, nell’inquadratura del telefono, la numero 1 del mondo che si allena. Dove si trova in realtà? Sul terreno, nell’obiettivo di chi fotografa e non la riprende, o soltanto in quel rettangolo informatico, che la rimpicciolisce o la ingrandisce?
Bianco e nero, il rosso (o il mattone?) sparisce. Eppure non smette di esistere sotto il salto di Jasmine Paolini. E anche in bianco e nero ci sono segni più scuri che conosciamo rosso cupo, e anche così sappiamo che è terra battuta che la tennista ritroverà sotto le scarpe, toccandola dopo il salto. Ed è terra che vediamo sullo sfondo, ora che il colpo ha lasciato la racchetta, ora che il mondo attende che si risolva il punto senza fretta.
Il segno sulla schiena di Ben Shelton è sudore, ma pare anche terra, è un misto, perché la terra si prende il bianco e lo riformula. Così il tennista americano, è bianco come la linea ma è già sporcato da un’idea, da uno sforzo. Così la terra sale e si sposta e, prima o dopo, sovrascrive Shelton, la sua maglia, i suoi calzini, la linea esterna del campo, la rete, gli occhi di chi guarda.
Come se fossimo nel deserto, o in uno stabilimento balneare a fine estate, i gradoni di marmo bianco si colorano. E non è sporco, sono granelli, residui di cose accadute che salgono verso gli spalti, dove sono passati i piedi di chi ha guardato, dove un altro tipo di tennis si è – in qualche modo – disputato.
La scopa, non pulisce, rifinisce; aggiusta un dislivello, un segno troppo impresso, sistema – mette tutto come prima – dove è passato un diritto, dove il tennista è arrivato in scivolata. La scopa accumula, ridisegna, sposta di lato. La scopa sistema, ma mai sul serio, perché mettere le cose a posto, a punto avvenuto, per davvero non si può.
La rete che sta in mezzo, il buco nei quadratini, cosa passa, cosa trattiene. La palla la tocca resta da un lato, va dall’altra parte. Tocca terra segna un punto, certifica un errore, una sfortuna. La perfezione, la pulizia dei segni che lascia la palla, come dei pois rosa sul rosso mattone. Dopo il primo di quei segni il campo non è più lo stesso, è stato violato, la bellezza statica del rettangolo appena rifatto è un miracolo visivo.
Le scarpe che si sollevano all’unisono sotto il peso dello slancio, l’attimo prima del servizio. Sospese al di sopra della linea bianca. Stacco. Hanno lasciato un segno prima del salto, eppure al ritorno, al tocco con la terra ne lasceranno un altro, diverso, più lontano, più sporco. Completo. Forse è stato punto, forse no, la terra smossa però ha scritto una poesia.
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Agnese Morganti è fotografa documentarista appassionata di realtà, online e offline. Scatto a due mani da sempre il suo colpo migliore, ma a volte le riesce bene anche con una sola.
Gianni Montieri è nato a Giugliano, in provincia di Napoli. Scrive di letteratura e di sport per varie testate. Il suo libro di poesia più recente è Ampi margini (Liberaria). L’ultimo di sport è Il Napoli è la terza stagione (66thand2nd). Vive a Venezia.
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