La Regina dell’erba – Mezza Riga n. 35
Dominatrice assoluta di Wimbledon, Martina Navratilova ha cambiato per sempre il tennis femminile e il ruolo dell’atleta: dalla diserzione dal blocco sovietico al coming out
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Testo di Giorgia Mecca
Il problema sono sempre stati gli avambracci. Scolpiti, con le vene sporgenti, aggressivi. Unorthodox. Nel tennis erano gli anni di Chris Evert, giocatrice comme il faut. Fidanzatina d’America, lo sguardo e l’agonismo rassicurante, femminile soprattutto, da signorina per bene. Dall’altra parte del mondo, dietro la cortina di ferro, cresce Martina Navratilova, che ne sarà amica e nemesi e diventerà tra la metà degli anni Settanta e tutti gli Ottanta la tennista più forte del mondo: 167 titoli, nessuna come lei.
Al cinema, da piccola, non la facevano entrare in bagno. “È quello delle femmine”. “Ma io sono una femmina”. “Davvero?”. A casa non avevano uno specchio a figura intera, ogni tanto osservava la sua immagine riflessa nelle vetrine dei negozi e quello che vedeva non le piaceva. Non somigliava alle altre della sua età. Il suo papà adottivo, Miroslav Navratil, da cui Martina prenderà il cognome oltre che l’attitudine al gioco, ogni volta che vede lo sguardo deluso di sua figlia la rassicura allo stesso modo: “Non preoccuparti, fiorirai anche tu, diventerai forte e diventerai bella. Te lo prometto”. È l’ultima della sua classe ad avere il ciclo mestruale, quelle fitte atroci che ti rendono donna ogni mese, non ha peli e non ha seno, ha un corpo che la mette a disagio, però ha fiducia in Miroslav che di promesse gliene ha fatte due, sarebbe diventata bella e un giorno avrebbe vinto Wimbledon.
Tutto ciò che si può pensare sul tennis e sulle donne, Martina Navratilova lo ha pensato e fatto prima. Mancina, omosessuale, apolide. Ambiziosa, potente, schierata. Sempre un passo avanti, come il suo tennis e il suo serve and volley. Giocava sempre, Martina. Tutti i giorni a colpire palline, ovunque capitasse. “Ma cosa te ne farai di tutto questo tennis?”. “Vedrai”, rispondeva lei. Voleva diventare la migliore, e più precisamente la migliore di tutti i tempi. Il problema è che lo diceva ad alta voce, sollevando dibattiti: è giusto che una donna sia così competitiva? Oh, Chris, menomale che ci sei tu.
Martina è intelligente, si applica, corre più veloce di quasi tutte le sue avversarie, serve più forte di loro. Nessuna ha mai avuto un gioco a rete migliore del suo. Negli anni Ottanta, quando le sue avversarie scoprivano che avrebbero dovuto affrontarla al turno successivo, per prima cosa chiamavano l’agenzia di viaggi per prenotare il volo di ritorno a casa. Una striscia di 74 vittorie consecutive da febbraio a dicembre 1984. Dieci mesi da invincibile. Qualche editorialista con il gusto della provocazione suggeriva che forse non avrebbe dovuto giocare nel tour femminile: “Guardatele gli avambracci”. Quello che i critici di professione non vogliono guardare sono le ore trascorse in palestra, i pesi, la noia e il sudore che le hanno cambiato il corpo per permetterle di essere la migliore, la più atletica, la più potente. A volte anche la più sola. Le era capitato, dopo una vittoria importante, di abbracciare un palo della luce perché non aveva nessun altro da cui andare.
Dan Maskell, che è stato tennista negli anni Trenta e poi è diventato la voce di Wimbledon (e dunque la voce del tennis) tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta, di lei un giorno ha detto: “È la miglior giocatrice che il mondo abbia mai visto. È un’atleta magnifica, ha il senso del gioco e della palla. E poi è teatrale, possiede una sorta di esibizionismo che tutti i campioni devono avere”. Qualcuno lo ha definito temperamento slavo, quella capacità di passare dall’arroganza al panico e di nuovo dal panico all’arroganza senza altri sentimenti in mezzo. Ogni volta una tempesta emotiva. Le capita di peccare di hybris: quando perde è sempre colpa sua, mai merito dell’avversaria.
Navratilova porta il tennis in un’altra dimensione. Muscoli e personalità. Le piacciono le macchine veloci, i cani e giocare a bridge. È distratta, fa fatica a mantenere la concentrazione. Durante una partita, anche prima di un punto importante, le può capitare di alzare lo sguardo verso il cielo e seguire il volo degli uccelli. Ha vissuto la sua infanzia sotto il regime comunista, le è stato negato molto più di quanto non le sia stato offerto. Il tour le sembra un gigantesco luna park. Ed è bellissimo quando la regina del parco di nemmeno due anni più vecchia le si avvicina e la saluta offrendole la sua amicizia, proprio a lei che si sente una apolide in molti modi diversi. “Ciao, io sono Chris”. “Davvero Chris Evert è venuta a salutare proprio me?”. Dal 1973 al 1988 si affrontano 80 volte, 60 delle quali in una finale, tra cui 14 tornei dello Slam. E forse è vero che senza Martina non sarebbe esistita Chris e senza Chris non sarebbe esistita Martina.
Sono state amiche, campionesse in doppio femminile, avversarie in singolare, confidenti; si sono consolate quando avevano il cuore spezzato; si sono studiate, imitate, strette la mano a fine match più volte di chiunque altro nel tennis. Si sono anche odiate, a un certo punto della loro carriera. Evert era la numero uno al mondo, ma sentiva che Martina stava arrivando, diventando più forte, più forte di lei, più forte di tutte. “Scusa non possiamo più giocare in doppio insieme”. Avrebbe voluto dirle che non potevano più essere amiche, volersi bene, spettegolare. Non puoi provare così tanta affinità emotiva per una persona che vuole la stessa cosa che vuoi tu, essere la migliore. “Odio dirlo – afferma Evert nel documentario da poco uscito su Netflix che racconta la loro rivalità, la loro amicizia e la lotta comune contro il cancro – ma per me era più importante essere la numero uno che avere grandi amicizie”. La cestista Nancy Lieberman che per qualche tempo sarà compagna e allenatrice di Martina rincara la dose: non è che non possano essere amiche, devono odiarsi. Sarà molto più facile vincere senza quell’inutile empatia.

Eppure l’amicizia c’era ed era vera. Nel 1975 Navratilova aveva fatto richiesta di asilo politico alle autorità statunitensi subito dopo la semifinale allo US open persa sempre contro Chris. In lacrime, non per la sconfitta, ma perché sapeva che non avrebbe più riabbracciato la sua famiglia. È un’epoca difficile da raccontare per chi non c’era: lasciare il blocco sovietico per aderire al mondo libero veniva classificato come diserzione. Che avrebbe disertato dopo quel torneo lo sapevano il padre, Billie Jean King e ovviamente Evert. Tre anni dopo, in possesso di una green card americana in attesa di ottenere la cittadinanza, in finale a Wimbledon si trova davanti quella che ora è quasi una nemica: sempre Chris, sempre lei, che per l’occasione ha le unghie smaltate e un make up come al solito perfetto: capelli in ordine, leggero trucco su occhi impassibili, “The Ice Maiden”, la chiamavano. Al contrario, la sua avversaria è irrequieta, nervosa, il temperamento slavo di cui sopra. Come ricorderà anni dopo, durante quella partita le è sembrato di avere una esperienza extracorporea, come se il suo cuore potesse fuoriuscire dal petto, talmente batteva veloce. L’unico vezzo che concede al suo outfit è una spilla a forma di M sul suo vestitino a righe verticali.
Il match point è ovviamente un serve and volley, la giocatrice senza fissa cittadinanza conquista i suoi primi Championships con una volée di rovescio. I suoi genitori avevano guidato per ore fino al confine con la Germania per poter guardare la finale in televisione. Papà Miroslav la chiama quando la cerimonia di premiazione finisce: ti ricordi la promessa che ti avevo fatto? Quel giorno Navratilova diventa numero uno del mondo per la prima volta in carriera; sul campo Centrale di Church Road vincerà in singolare altre otto volte, l’ultima nel 1990. Nessuna sull’erba ha vinto più di lei, anzi nessuno, nemmeno Federer: venti titoli tra singolare, doppio femminile e doppio misto, il primo nel 1976 (nel femminile con Chris Evert), l’ultimo nel 2003 (nel misto con Leander Paes). A proposito del gioco sull’erba un giorno ha dichiarato: “In realtà non si può fare un granché, il rimbalzo è imprevedibile. L’erba rende migliore il giocatore peggiore e peggiore il giocatore migliore”. Questa la teoria, in pratica era tutto meno imprevedibile del previsto: vinceva sempre lei. In totale sono 59 i titoli major vinti in carriera: l’ultima volta che ha alzato un trofeo verso il cielo è stato allo US Open del 2006, a quasi cinquant’anni, nel doppio misto. “Perché ci provo ancora? Perché posso farlo ancora. La pallina non sa quanti anni ho”.
Martina Navratilova è stata tutto prima delle altre. Ha portato la sua rivoluzione nel regno del total white e della tradizione. L’hanno soprannominata “la disertrice bisessuale”, volevano che fosse politically correct, non lo è stata mai. Lei che è fuggita da un regime che ha definito totalitario ha fatto sapere a Donald Trump di non avere intenzione di farsi intimidire di nuovo. Di recente lo ha definito un criminale, “completamente pazzo”. Un giorno le chiesero se fosse apertamente omosessuale, e lei si fece ripetere la domanda perché non capiva, c’era forse un modo diverso di essere omosessuale? Ha portato il tennis femminile in palestra, nessuna si allenava come lei; ha dimostrato che non esisteva un modo giusto per essere una tennista, una campionessa. Martina’s way, che aveva scoperto che anche quello che mangi influisce sul tuo gioco, e quindi via la carne rossa. Il mondo si è adattato al suo tennis, e anche lei si è adattata a quel mondo senza mai snaturarsi. Durante i suoi anni migliori ha collezionato 235 vittorie su 240 partite. Unfair play, commentava qualcuno. Alzando le spalle lei commentava che le capitava di dimenticarsi cosa significasse perdere un match. Orgoglio contro pregiudizio, dormiva con le donne di cui era innamorata, pensava che le questioni extra campo dovessero rimanere tali. Ha convinto tutti, con grazia, che aveva ragione lei. È il maggio 1981 quando si tiene l’udienza che deciderà se concederle la cittadinanza americana. Le fanno scrivere su un foglio: “Il tempo nel Sud della California è meraviglioso”. Da quel momento le sue vittorie diventano anche vittorie americane.

Chris and Martina: The Final Set, il documentario di Rebecca Gitlitz sopracitato, ripercorre la carriera delle due giocatrici fino all’esperienza condivisa della scoperta di avere un tumore. A giugno di quest’anno Evert ha annunciato che il cancro è tornato. Lo affronteranno insieme, di nuovo. “Siamo come gemelle siamesi senza essere fisicamente collegate”, sostiene Navratilova sul finale del film.
Campionesse, avversarie, amiche, sopravvissute. Nel caso di Martina Navratilova, al suicidio del padre biologico, alla cortina di ferro, a un regime che prima ancora di nascere l’aveva privata di tutto, perché tutto ciò che era rimasto della grande casa di famiglia in Cecoslovacchia, dopo il colpo di stato del regime comunista nel 1948, è un piccolo terreno con un campo di tennis in terra rossa. Servivano tanti sguardi verso il cielo per riuscire a immaginare Wimbledon, la famiglia Reale, il silenzio totale. Una bambina con i capelli a caschetto che veniva scambiata per un maschio e che nel luogo sacro che più bramava è diventata Regina. Regina con gli avambracci scolpiti. Regina a modo suo.
Dal 2011, Wimbledon è stata la porta d’ingresso di Lavazza nel mondo del tennis, l’incontro tra due eccellenze senza tempo.
Sul palcoscenico più prestigioso del tennis mondiale, il rito del caffè si intreccia con quello della tradizione sportiva: un legame che guarda al futuro, rinnovato fino al 2030.
Giorgia Mecca è nata a Torino nel 1989. Gioca a tennis da quando ha memoria, e quando non gioca lo guarda. Collabora con Sky Sport, il Foglio e il Venerdì di Repubblica. Ha scritto un libro: Serena e Venus Williams, nel nome del padre (66thand2nd).
Segui Mezza Riga su Instagram, commenta, condividi e parlane agli amici.
Mezza Riga è un progetto giornalistico che puoi leggere gratuitamente anche grazie agli sponsor. Se vuoi sostenere questa newsletter come sponsor, scrivi a info@nredizioni.it







