Lo specchio magico del Bonfiglio – Mezza Riga n. 33
Sere in albergo tra cuffie e schermi, già in classifica a sedici anni, brand personali curati prima ancora del rovescio: viaggio nella macchina del tempo del tennis globale
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Atkinsons 1799.
Testo di Davide Re
Fotografie di Agnese Morganti, in esclusiva per Mezza Riga
Il tennis juniores non assomiglia più a un’anticamera. Non è più il corridoio stretto e un po’ polveroso che separava il talento adolescenziale dal professionismo adulto. È qualcosa di diverso, con un significato quantistico: è uno stato di sovrapposizione. Forse è anche per questo che ai fisici il tennis è sempre piaciuto molto, ma è una storia che racconteremo un’altra volta. Sta di fatto che oggi, entrando al Tennis Club Milano Alberto Bonacossa durante il Trofeo Bonfiglio, si ha piuttosto la sensazione di trovarsi dentro una sala di controllo della macchina del tempo del tennis globale.
Non un semplice torneo Under 18, ma un luogo dove federazioni, sponsor, tecnici, procuratori e accademie osservano il futuro mentre prende forma, guardando al passato e alla tradizione di questa competizione e del circolo che la ospita. E forse proprio questo è il punto: il Bonfiglio non serve più soltanto a scoprire i campioni di domani. Serve a capire che cosa significhi essere juniores oggi, anche rispetto a quelli di ieri. Perché, proprio come nella fisica quantistica, quel futuro non è predeterminato, non è già scritto. Del resto il Bonfiglio ha spesso avuto ragione prima degli altri. A vincerlo da junior sono stati futuri numeri uno del mondo come Ivan Lendl, Boris Becker, Jim Courier, Martina Hingis, Caroline Wozniacki e più recentemente Iga Swiatek. Nell’albo d’oro compaiono anche nomi come Gabriela Sabatini, Evgeny Kafelnikov, Stefanos Tsitsipas ed Elena Rybikina. Altri, come Roger Federer e Novak Djokovic, non lo vinsero ma lasciarono comunque tracce evidenti del loro talento sui campi del Bonacossa.
Così, la sessantaseiesima edizione degli Internazionali d’Italia juniores ha raccontato proprio questo passaggio. Un cambiamento silenzioso ma evidente, percepibile più nei dettagli che nei proclami. A partire da una decisione tecnica che in realtà è culturale: la riduzione dei tabelloni principali da 64 a 48 giocatori. Una scelta spiegata dalla presidente del TC Milano Alberto Bonacossa, Elena Buffa di Perrero, con motivazioni organizzative e qualitative. Ma dietro c’è molto di più. Perché oggi i migliori junior non sono più semplicemente ragazzi promettenti: sono già mezzi professionisti. Molti hanno classifica ATP o WTA, alcuni frequentano già i tornei Futures o Challenger, altri devono addirittura scegliere se giocare il Bonfiglio oppure tentare le qualificazioni del Roland Garros dei “grandi”. E questo cambia tutto.
Il torneo milanese diventa allora una specie di check-up internazionale dei movimenti tennistici. Una verifica collettiva. Le federazioni osservano il livello medio delle nuove generazioni, misurano le distanze tecniche, atletiche e persino culturali rispetto agli altri paesi. Non è un caso che nei viali del Bonacossa si sentano parlare sempre più cinese e portoghese brasiliano. Perché se fino a pochi anni fa il tennis junior guardava soprattutto a Stati Uniti, Francia, Spagna o Italia, la regina del palcoscenico, oggi il baricentro si sta lentamente spostando: Cina e Brasile sono le nuove potenze emergenti. E non solo dal punto di vista agonistico. Vincere il Bonfiglio è ancora una scelta di tradizione – quella macchina del tempo – che lega il titolo milanese nelle carriere dei campioni ai tornei più iconici della storia del tennis come Wimbledon, Roland Garros, il Foro Italico.
Intanto, la vittoria della cinese Xinran Sun nel torneo femminile è un risultato sportivo importante. Oltre che un segnale geopolitico del tennis. Prima cinese a vincere il Bonfiglio, quindici anni, allenata a Belgrado dal ventiquattrenne Goran Zivotic, già numero 640 WTA e numero 8 del ranking mondiale junior, Sun rappresenta perfettamente il nuovo tennis globale: talento asiatico, scuola europea, mentalità internazionale. La sua finale contro la russa Mariia Makarova ha mostrato una caratteristica sempre più diffusa tra le nuove giocatrici: un tennis aggressivo ma ad alta percentuale, un gioco più piatto per colpire in avanzamento. Non il vecchio palleggio attendista da fondo campo, non la semplice regolarità esasperata, ma una ricerca continua dell’iniziativa senza perdere controllo. Colpisce soprattutto la qualità tecnica di molte asiatiche presenti a Milano: eleganti, pulite, con movimenti quasi classici, spesso più vicini alla scuola slava o francese che all’immagine stereotipata del tennis liftato. Anche il Brasile manda segnali fortissimi. L’effetto João Fonseca si vede già. I giovani brasiliani arrivano con energia, personalità, fisicità esplosiva e una naturalezza quasi da playground latinoamericano. Ma soprattutto portano con sé un’idea diversa di identità sportiva: il melting pot come forza. Nel tennis junior contemporaneo i brasiliani sembrano incarnare una mescolanza culturale ed etnica che il tennis tradizionale, storicamente molto bianco, europeo e borghese, aveva conosciuto solo in parte.

Eppure, il tennis resta ancora uno sport costoso. Basta osservare gli sponsor presenti al Bonfiglio, i team, le accademie, il contesto sociale del club milanese. L’interclassismo è relativo. Cambiano le geografie, ma non scompare la selezione economica. Semmai mutano i soggetti che investono. Colpisce, per esempio, il predominio tecnico e visivo di marchi come Yonex, Asics e Nike. Meno presenti, almeno tra gli junior osservati a Milano, marchi storici e più “europei” come Adidas o Lacoste. Anche qui il tennis anticipa qualcosa. Yonex e Asics crescono soprattutto in Asia, Nike presidia Cina e Sud America cercando però di mantenere una centralità culturale occidentale. Dietro una racchetta o una scarpa si intravedono già i futuri equilibri del mercato globale del tennis.
Ma il cambiamento più evidente riguarda forse il modo in cui questi ragazzi abitano il proprio essere giovani. Gli junior del 2026 sono diversi da quelli di vent’anni fa. Girano meno con il padre-padrone seduto a bordo campo e più con federazioni, academy, team privati. I genitori ci sono ancora, naturalmente, ma spesso restano sullo sfondo, quasi periferici. La figura del ragazzino trascinato nel circuito dalla volontà ossessiva della famiglia sembra lasciare spazio a una professionalizzazione più collettiva. Non necessariamente più umana, ma certamente diversa. Anche il rapporto con il divertimento cambia. Colpisce quanto questi ragazzi sembrino poco attratti dalla movida. Milano, durante il torneo, offre infinite tentazioni serali. Eppure, molti junior, finite le partite, spariscono nelle camere d’albergo con cuffie, smartphone, videogiochi, Netflix, social network.

La tecnologia non è evasione mondana ma spesso isolamento funzionale: una bolla mentale per mantenere concentrazione e controllo emotivo. Crescono dentro una dimensione digitale continua, e lo fanno con sorprendente consapevolezza. Perché oggi un tennista junior non costruisce soltanto il proprio gioco, costruisce già il proprio brand. I social vengono curati con attenzione professionale: fotografie, allenamenti, reel, loghi, linguaggio visivo. Hanno compreso molto presto che nel tennis contemporaneo il giocatore è anche un’azienda narrativa: non basta vincere, bisogna raccontarsi. Alcuni sembrano avere già una precisa identità pubblica prima ancora di avere un rovescio definitivo.
In questo senso il Bonfiglio diventa un osservatorio quasi antropologico. Si vedono fisici diversissimi, maturazioni precoci, differenze impressionanti persino tra coetanei. Ragazze di sedici anni che sembrano donne adulte accanto ad altre che conservano ancora un aspetto quasi infantile. Entrano in gioco genetica, etnie, preparazioni atletiche sempre più sofisticate, alimentazione, culture sportive nazionali. Il tennis di oggi accelera i tempi biologici e psicologici. E questo genera inevitabilmente domande.

Nel torneo maschile ha colpito la vittoria del tedesco di origini neozelandesi Jamie Mackenzie. Capelli rossi, energia continua, capacità di stare nei momenti importanti: qualcuno, vedendolo muoversi sui campi del Bonacossa, ha evocato persino una specie di erede contemporaneo di Jim Courier. Suggestioni, naturalmente. Ma il punto non è il paragone tecnico, bensì la maturità competitiva. Mackenzie ha già una classifica ATP, parla di Junior Finals a Chengdu e ragiona come un professionista adulto. Lo stesso vale per molti altri presenti a Milano. Il confine tra junior e professionismo si assottiglia sempre di più.

Eppure, dentro questa accelerazione quasi industriale, il Bonfiglio conserva qualcosa di antico. Forse perché il Bonacossa resta un luogo sospeso nel tempo: la club house, la terra rossa, gli alberi, la tradizione milanese del tennis. Oppure perché, nonostante tutto, in questi ragazzi continua a esistere qualcosa di irriducibilmente adolescenziale: il modo in cui esultano, la rapidità con cui passano dalla sicurezza assoluta allo sconforto, la fragilità che emerge appena il match si incrina, i pianti e gli incitamenti. È qui che il torneo junior mostra il suo lato più vero. Non tanto nel prevedere chi diventerà numero uno del mondo, esercizio quasi impossibile, quanto nel rivelare come sta cambiando l’idea stessa di formazione sportiva. Il tennis del futuro sarà probabilmente più asiatico, più sudamericano, più interconnesso, più mediatico, più fisico e più veloce. Ma sarà anche un tennis in cui l’adolescenza rischia di ridursi sempre di più.

È questo che racconta davvero il Bonfiglio 2026: la trasformazione culturale di una generazione. Ragazzi e ragazze che a sedici anni parlano già da professionisti, viaggiano come professionisti, comunicano come professionisti e vengono osservati da un sistema economico globale che li considera investimenti possibili. Il tennis junior non è più un gioco che prepara al lavoro. È già lavoro. Con tutte le opportunità e tutte le pressioni che comporta. E allora il Bonfiglio diventa uno specchio magico, che raccoglie l’immagine del tennis di oggi, per poi rifletterci a noi spettatori quello che sarà il domani.
Atkinsons 1799, emblema della più autentica tradizione profumiera inglese e proprietà di EuroItalia dal 2021, rinnova per il secondo anno consecutivo il proprio ruolo di sponsor del 66° Trofeo Bonfiglio, tra gli appuntamenti più prestigiosi del panorama tennistico giovanile internazionale.
Un ritorno carico di significati: la Maison riporta la propria eredità olfattiva sui campi in terra rossa del Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, luogo iconico dove si incontrano storia sportiva, talento emergente e cultura dell’eccellenza. Una sinergia naturale, fondata su un’affinità profonda tra due mondi che condividono valori cardine quali equilibrio, ricerca della perfezione e un’eleganza intramontabile.
Davide Re è viceresponsabile della sezione culturale di Avvenire, composta dalle pagine quotidiane “Agorà”, dal settimanale “Gutenberg” e dal mensile “Luoghi dell’Infinito”. In particolare, si occupa di scienza e tecnologia.
Agnese Morganti è fotografa documentarista appassionata di realtà, online e offline. Scatto a due mani da sempre il suo colpo migliore, ma a volte le riesce bene anche con una sola.
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Il tennis junior è un mondo davvero affascinante. Vedi davvero di tutto, e mentre osservi la commedia umana nella sua versione peggiore vieni abbagliato da un rovescio a mano tirato da uno scricciolo di 1 metro e 60. In un futuro non troppo lontano (almeno nel femminile) cinesi e giapponesi dovrebbero far valere la loro maniacalità nel fare (bene) le cose, in uno sport che riempie 2/3 del giorno già a 11 anni. Manca ancora qualcosa a livello fisico, più a livello di selezione giusta.
Bellissime le foto, complimenti!