Lo sport del demonio – Mezza Riga n. 26
Il tennis è uno sport strano: quando il destino in campo pare già scritto, tutto può cambiare all’improvviso. E una vittoria in tasca diventare un dolore lacerante
Testo di Teo Filippo Cremonini
Illustrazione di Alessandro Ferrari
Un caldo boia. Però con il caldo ho sempre giocato bene a tennis. Mi piacciono le partite al caldo perché quel poco di vento che soffia ti fa venire quasi freddo. Brisighella non è Parigi, non sono neanche gli Stati Uniti d’America. Brisighella è un posto che, quando andavo alle scuole elementari, ci hanno fatto visitare in gita. Ora sono qui, su un campo.
Conosco Simone Negrini da un paio d’anni. Tra i ragazzi del circuito FIT nelle zone limitrofe alla mia regione, l’Emilia Romagna, siamo sempre gli stessi. Con Simone, in realtà, ho sempre vinto. Lui metodico e regolare, io metodico e regolare. Le nostre partite durano sempre tanto, e non sono bellissime, eppure in qualche modo la spunto sempre io in due set. Simone è di qui vicino, ha 14 anni, uno più di me. Sta diventando uomo, e fin dai primi palleggi sento che la sua solita regolarità si è un po’ persa.
Il copione della partita è facile: c’è caldo, sono passate da poco le 13, intorno al campo non c’è nessuno e io devo solo mettermi un metro dietro la riga di fondo, stare lì e non sbagliare. Non è bel tennis, lui fa una marea di errori. In meno di 30 minuti mi ritrovo avanti 6-1 senza aver nemmeno sudato più di tanto. Poi Simone si siede, non si arrabbia.
Nel secondo set mi porto avanti fino al 5-4. Lui è aggressivo, i dritti che prima uscivano di due metri ora escono di poco. I rovesci in rete, invece, ora si incrociano perfettamente e aprono il campo. Sta giocando con i piedi dentro al campo e, nonostante tanti errori, il suo servizio diventa indecifrabile. Le cose sono tutte sotto controllo. Per adesso.

A Parigi fa un caldo boia. Gastón Gaudio e Guillermo Coria stanno per scendere in campo per una finale tutta argentina al Roland Garros del 2004. Gaudio è un giocatore normale, con una carriera normale, l’uomo che è sopravvissuto e forse ha azzeccato un paio di settimane come raramente accade in un torneo del Grande Slam. Due quinti set vinti nei primi due turni, contro il connazionale Guillermo Cañas e poi contro Jiri Novak; quarti e semifinale invece li ha vinti agevolmente contro Lleyton Hewitt e David Nalbandian. Arrivare a questa finale è già un successo per un tennista normale, con un gioco normale e un rovescio a una mano buono ma stilisticamente poco interessante.
Coria, dall’altra parte del tabellone, ha perso un set solo in semifinale contro Tim Henman. Arriva a questo torneo e a questa finale da potenziale dominatore della terra rossa per i prossimi anni. Ha vinto i tornei di Monte Carlo e Buenos Aires, e ha perso in finale ad Amburgo contro Roger Federer, ma il suo percorso di avvicinamento al Grande Slam su terra battuta da numero 3 al mondo sembra perfetto per la consacrazione definitiva. All’Argentina manca uno Slam dal 1977, l’anno d’oro di Guillermo Vilas. Oggi, comunque vada, questa astinenza terminerà.
Tra i due argentini non corre buon sangue. Poco più di un anno fa Gaudio, dopo la sconfitta in tre set contro Coria, aveva attaccato l’avversario in conferenza stampa sostenendo che avesse finto un infortunio per vincere il match. Qui a Parigi, però, non c’è partita: bastano 24 minuti per un 6-0 devastante. Gaudio è paralizzato dalla paura. Gli scambi non hanno peso. Coria sembra giocare una partita semplice, non ha bisogno di forzare i colpi o le corse, perché tanto in qualche modo il punto lo vincerà. Ed è così anche nel secondo set: niente cambia, 6-3.
Nel tennis non bisogna vincere tutti i punti, ma alcuni punti ti fanno vincere le partite. Il problema è che non sai mai quali sono fino a quando la partita non è finita. Sul 6-0/6-3/2-2 e servizio Coria, il game diventa intenso. Gaudio in qualche modo riesce a rallentare il gioco, a portarlo sempre più su binari centrali, per poi aprirsi il campo con la diagonale di rovescio. Sul 15-15 Coria vince uno scambio durissimo per salire 30-15, uno scambio faticoso e nervoso concluso con un dritto vincente a campo aperto. Sul 30-30, però, Gaudio prende il nastro e improvvisamente si guadagna una palla break. La sfrutterà con un insolito errore gratuito dell’avversario. Ora Coria ha fretta di vincere la partita: risale dal break ma perde il set 6-4.
Sull’1-1 del quarto set, arrivano i crampi. Una distorsione, un medical time-out. Coria si ferma. Chissà quanti e quali pensieri gli passano per la testa. Il torneo dei sogni, la giornata dei sogni, con questo caldo boia. Alzare il titolo, il primo argentino dopo Vilas. La terra battuta, Parigi, questo pubblico. La partita arriverà al quinto set, con Coria a mezzo servizio e Gaudio che non riesce mai a piazzare il colpo del k.o.
Il tennis ormai non c’entra più niente. Il livello di fragilità emotiva in cui si svolge questo atto finale esula dalla tecnica e da tutti i discorsi dei puristi del bel gioco. Un giocatore non è più in grado di servire, l’altro riesce sempre meno a superare la metà campo. Coria si guadagna un match point ma le gambe non lo sorreggono più, il dritto finisce in corridoio. Un dritto come tanti altri in questo ultimo set: non profondo, non lavorato. Fuori. Ma Gaudio non riesce a vincerla. Inarca la schiena a ogni colpo. Per lui restare in campo adesso diventa una specie di atto fisico dovuto, ma anche un incubo da attraversare e vivere momento per momento. E quando monta il panico, si sa, l’unico modo per farselo passare è entrarci.
La storia racconta che Gaudio riuscirà a sbracciare quei pochi, pochissimi colpi fondamentali in questo finale di partita. Un po’ per scacciare la paura, un po’ senza pensare. E quasi non ci crede. Lancia la racchetta in aria. Ha vinto il suo primo Slam, in quel pomeriggio caldo di Parigi. Coria si siederà. Molti diranno che il momento del suo dominio sulla terra rossa è solo rimandato e che un infortunio in finale può capitare. Sfortuna, paura e destino lo perseguiteranno dopo questa rimonta e non avrà più modo di giocarsi una finale Slam. Nel 2005 Parigi consacrerà Rafael Nadal, per chiunque avesse ambizioni sulla terra era iniziata un’altra epoca.
Tutti sappiamo cosa dicono i coach ai giocatori: pensa al prossimo punto, pensa al punto che stai giocando. Novak Djokovic l’ha detta ancora meglio, e suonava così: siamo esseri umani, è normale che pensiamo al passato e al futuro; la differenza sul campo la fa la quantità di tempo che ci si mette a tornare nel presente.
È una serata secca, afosa e, come al solito, c’è un gran caldo. Settembre a New York fa sul serio: si giocano gli US Open. Rafael Nadal è avanti due set a zero contro Fabio Fognini. Lo spagnolo fino a quel momento ha vinto 173 partite su 174 disputate quando si è trovato avanti due set a zero. L’unica sconfitta? Contro Federer a Miami, sempre in America, sempre sul cemento, quando i 1000 si giocavano ancora al meglio dei cinque set. Un Nadal giovane che si affacciava al mondo: canottiera sguaiata e capelli bagnati.
Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium osserva soddisfatto, ma non entusiasta. Settembre a New York ha quel caldo stanco che non è più estate ma non è ancora autunno. Il sudore resta sulle sedie di plastica, sui bicchieri di birra lasciati a metà. Nadal si asciuga la fronte con il polsino, quel gesto rapido e meccanico che sembra sempre uguale da vent’anni. Fognini invece cammina verso la linea di fondo con quel passo storto e teatrale, come se il campo fosse un palcoscenico e il pubblico non aspettasse altro che un errore o un miracolo. Due set a zero. Le statistiche sono una specie di destino scritto in piccolo, in fondo ai tabelloni luminosi.
Ma il tennis è uno sport strano, mutaforma: può non succedere niente per minuti interi, con il destino che pare essere segnato, la sentenza già scritta; poi tutto cambia all’improvviso. Una riga piena. Un nastro che decide di essere gentile. Una palla che rimane dentro per mezzo centimetro. O i crampi, una piccola distorsione, una distrazione. E la prova che basta un momento e anche un tennista tra i più solidi della storia può sgretolarsi. Lo sport del demonio.
Su Fabio Fognini si è detto di tutto nel corso della sua carriera: svogliato, senza testa, carattere sbagliato, pigro. Sì, Fognini è uno che si accende, ma spesso – dicono – si spegne con la stessa facilità. In questa notte americana, mentre il pubblico cerca una birra sempre più fresca, qualcosa cambia. Ma non è un dettaglio. È un percorso. La genesi di questa rimonta ha una natura più profonda, perché mette davanti a tutto il mondo il potenziale mentale di Fabio Fognini, mai completamente espresso, e quell’annata – il 2015 – in cui è riuscito, in qualche modo, sempre a entrare nei pensieri di Rafael Nadal. È successo a Rio de Janeiro, poi a Barcellona, prima della sconfitta in finale ad Amburgo. Due volte su tre, sulla terra rossa, Fognini è riuscito a battere Nadal. E ce l’ha fatta sempre con il suo tennis, con la sua idea di tennis.
A New York succede che Fognini riesce ad anticipare di qualche millesimo di secondo il tempo con cui impatta la pallina. Millesimi che tolgono tutte le certezze a Nadal. Adesso il tennis aggressivo dello spagnolo è addomesticato. Fognini, come un bravo giocoliere, ha iniziato a spostare il ritmo della partita senza far rumore. In maniera discreta, quasi non da lui. Non è una cosa che si nota subito. Non è un colpo spettacolare – anche se ce ne saranno tantissimi. Non è una smorzata da highlights. È qualcosa di più sottile: la palla che torna indietro prima che Nadal abbia finito di organizzare il colpo successivo. Il rovescio preso in anticipo, quasi mentre la palla sta ancora salendo. Perché Nadal costruisce il suo tennis come si costruisce una casa, mattone dopo mattone. Oppure come un pugile moderno, capace di incassare, ma di continuare a colpire sempre più forte, finché l’avversario non abbassa la guardia esausto. Un dritto carico, poi un altro ancora più alto sulla spalla dell’avversario. Spostarti, aprire il campo, toglierti aria. Quando funziona sembra inevitabile perdere le speranze.
Ma Fabio Fognini resta lì, nel presente. Paziente con la sua corsa, la sua devastante reattività coi piedi. Sfugge al caos, ai pugni, si impone. Lo fa così bene che ora il pubblico è in delirio. Col rovescio si apre il campo, con il dritto cerca di non arretrare mai di un metro. E poi serve in maniera così giusta che Nadal non riesce quasi mai a entrare dentro al punto. Testa e parsimonia, ma anche un po’ di sabbia: arida, estiva, secca. Sabbia che si inserisce negli ingranaggi della macchina perfetta. Sabbia difficile da individuare.
Dopo 3 ore e 46 minuti finisce 3-6/4-6/6-4/6-3/6-4 per Fognini. “È cambiato, ha messo la testa a posto”, diranno. “A 28 anni inizia un’altra carriera per lui”. “È rinato il tennis italiano, oggi”. Si scriveranno tante cose di quella partita, molte giuste, altre inutili. Fabio Fognini è stato, e resterà sempre Fabio Fognini. Quella rimonta, fatta di metodo e pazienza, non sarà altro che l’ennesimo quadro estemporaneo di uno dei tanti artisti della racchetta. Capace di tutto e, per fortuna, del contrario di tutto.
Mi sfugge tutto di mano. Non capisco perché. Io, che ho sempre controllo in campo e so gestire il caldo torrido, sento che mi sta sfuggendo qualcosa. Simone serve bene e riesce a farmi muovere. Quando su un campo da tennis iniziano a mancarti le certezze diventa tutto più difficile, anche se il tuo avversario l’hai sempre battuto. Per un giocatore avere pochi e semplici punti di riferimento è necessario per non perdere mai di vista la partita, perché in questo sport si sa quando si entra in campo, ma non si sa mai quando si esce.
Simone Negrini vincerà il set 7-5 e, nel mio panico più totale dovuto al cambiamento di alcuni colpi da parte sua, mi ritrovo in apnea. Lui non sbaglia più un dritto. La mia corsa si fa sempre più difficile. Le mie lunghe leve diventano difficili da trascinare; lui con il rovescio si apre il campo talmente bene che per me diventa sempre più grande. Mettere insieme i pezzi di una giornata afosa a Brisighella a 13 anni, con l’ultimo set perso 6-1, non sarà facile.
Teo Filippo Cremonini scrive di musica e sport, per Rockit e Ultimo Uomo. Ha “un podcast sul tennis”, la sua missione si chiama Collettivo HMCF. Poi lavora, forse non esiste.
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