Nadal e il tennis del dolore – Mezza Riga n. 32
L’educazione maiorchina di zio Toni, il corpo sacrificato per rincorrere palline impossibili, il dritto riscritto e il rovescio reinventato per sopravvivere a se stesso, fino al genio della tattica
Testo di Marco Imarisio
Illustrazione di Livia Giorgina Carpineto
Comincerò dalla fine, perché non mi era piaciuta. Ancora una volta eravamo partecipi del rito collettivo della nostalgia. In ventimila, tutti convinti che sarebbe stata l’ultima volta. Aspettavamo quel momento. All’ingresso in campo, quando lo speaker dello Chatrier aveva cominciato la sua cantilena in crescendo, deux-mille-cinq, deux-mille-six, deux-mille-sept, e poi avanti per altre undici volte fino al 2022, c’era tanta gente che piangeva, come sempre succede, quando stai per attraversare una linea d’ombra, e insieme ricordi l’epoca che hai vissuto e quella che stai perdendo. La tribuna stampa era piena come mai negli ultimi vent’anni al Roland Garros, sugli spalti dove non c’era spazio per uno spillo, c’erano anche il suo passato e il suo futuro, Novak Djokovic e Carlos Alcaraz. Era quello il momento, un primo turno crudele che gli aveva assegnato una testa di serie tremolante come Alexander Zverev, ma pur sempre il numero due del mondo. C’era tutto, e in un certo senso mancava lui.

Perché alla fine di quel match dall’esito scontato, Rafa deluse la folla adorante con un discorso vago, non lo so se mi ritiro, magari potremo rivederci ancora, magari ci ripenso, senz’altro ci rivediamo anche per le Olimpiadi, forse anche l’anno prossimo, e poi rifiutò la festa che gli era stata preparata dagli organizzatori, ed era già pronto un filmato di quasi dieci minuti, bellissimo, chissà che fine ha fatto. Mi ricordo il vago senso di delusione generale, qualcosa che si respirava, ed era condivisibile, perché in fondo sapevamo tutti che quello era il momento, che non ci sarebbe più stata un’altra volta, nel suo stadio, nel mare rosso dove è nata la sua leggenda, sul campo dove è stata posata una targa con il suo nome. Lo diceva la logica, lo diceva l’evidenza dei fatti, Rafa non ce la fai più, è finita.
Non lo disse lui. E con il passare del tempo, l’irritazione di un giorno è sparita, ed è rimasta la consapevolezza che fosse giusto così. Gli atleti muoiono due volte, afferma un detto inglese. Una alla fine delle loro vite, come tutti, e un’altra quando si ritirano dalle gare. E Rafael Nadal non è mai morto, in senso sportivo, è stato lo sportivo che ha rifiutato la sconfitta come nessuno, che ha sacrificato il suo corpo per rincorrere palline impossibili, come se la sua vita dipendesse da ciascuna di esse. Era quella la sua maniera di vivere il tennis, non un centimetro di meno, non un punto lasciato, una battaglia dopo l’altra e poi un’altra ancora, fino a che la palla è in gioco. Non esiste una rincorsa impossibile, non esiste un regalo all’avversario, fosse anche solo per rifiatare. Il rifiuto non solo della sconfitta, ma del doppio rimbalzo, senza mai vie di mezzo, senza alibi e senza indulgenze personali, quella forma così violenta di tremendismo agonistico non era solo un modo di vivere il tennis, ma la vita stessa. E quindi, Rafa credeva davvero che sarebbe stata possibile un’altra rinascita, un’altra resurrezione sportiva, che per lui significava anche resurrezione esistenziale.
Questo sovrapporre tennis e vita, l’aveva imparato fin da piccolo. Nel documentario che gli ha dedicato Netflix, parlando dei metodi di allenamento dello zio Toni si limita a dire che “oggi, forse, non sarebbe più possibile fare così”, e lascia la frase in sospeso. Non sarebbe più possibile, perché accadrebbe qualcosa come l’intervento degli assistenti sociali, o forse, più semplicemente, nessun ragazzo accetterebbe di sopportare quel che ha vissuto lui. In una delle tante biografie a lui dedicate nel mezzo del cammin della sua carriera, una delle tante assurdità alle quali ottempera la legge dell’editoria, Rafa stesso racconta della festa per i suoi 12 anni. Tutta la famiglia riunita, le candeline e la torta. E zio Toni che irrompe furibondo, pare che abbia tirato via la tovaglia e tutto quel c’era sopra. “Non vi lascerò distruggere il mio lavoro”, disse rivolto a tutti i presenti. Queste sono le schegge di un tempo ormai remoto che viene occultato con sapienza dagli uffici stampa odierni, che prevedono una narrazione levigata e digeribile a tutti, senza contrasti, senza aspetti sgradevoli.
Ma non so perché, guardando il Nadal maturo, il Guerriero, ho sempre pensato a quegli episodi lontani, al prezzo che ha pagato per diventare la leggenda in vita che è ancora oggi. Forse è la suggestione di un aneddoto che mi raccontò Lorenzo Cazzaniga, oggi una delle voci del tennis di Eurosport e Sky, senz’altro una delle persone che più capiscono di tennis, frequentatore vero e ben introdotto dell’ambiente anche in epoca ante Sinner, quando del tennis non importava niente a nessuno. Succede che, in vacanza con la fidanzata di allora, Lorenzo vada alle Baleari. E siccome la passione per questo gioco che ci manda ai matti prevale su tutto, decide di allungarsi fino a Manacor, per dare un’occhiata a questo ragazzino tredicenne del quale si inizia a parlare. Arriva al mattino presto, su un campo naturalmente in terra rossa. Assiste a un allenamento 9-12 dall’intensità bestiale, con urla belluine di zio Toni. Alla fine, si siede accanto a Rafa su un gradone della piccola tribuna e fa la prima intervista italiana alla giovane promessa, che intanto addenta un panino. Più delle risposte, quelle di un ragazzo, dopo mezz’ora di una conversazione stentata, lo colpisce la frase finale e lo sguardo di rassegnazione che lo accompagna: “Adesso scusami, ma devo preparare il campo, tra poco ricomincio”.
Voi direte, ma che discorsi, se uno vuole diventare un campione, è chiaro che deve accettare dei sacrifici. Certo, ma c’è modo e modo. Quello che ha vissuto Rafa sulla sua pelle è stato il più brutale possibile, almeno a parere di qualunque addetto ai lavori informato dei fatti. La conferma di questo assunto mi arrivò qualche anno dopo, su una terrazza del Foro Italico. Zio Toni era su di giri, al secondo Martini cocktail, se ricordo bene. Cordiale, simpatico, ma con una luce strana negli occhi, quella che vedi soltanto nei giacobini veri, senza dubbi mai. Era anche in vena di sentenze, di giudizi piuttosto netti su avversari e coach. Ma a un certo punto uno di noi giornalisti ammessi al suo tavolo gli pose una domanda diversa: “Ma lei, come ha potuto essere così duro e severo con un bambino che era anche suo parente?”. Dopo un attimo di silenzio, la risposta fu così sincera da mettere i brividi: “Voi non considerate mai che sono suo zio”. Lo sappiamo, zio Toni, ma cosa c’entra? “Sono suo zio, e non suo padre. Se Rafa fosse stato mio figlio, non me la sarei sentita”.
È questa educazione militare inflitta a un bambino la radice della sua incredibile forza interiore, della sua capacità di resistere alle avversità, agli insulti muscolari che lo hanno perseguitato. Se il primo Nadal è “espressione di pura energia, dove tutto è spirito e forza vitale, perché a prevalere è il moto interiore e la volontà”, come scrisse Carlo Magnani, professore all’università di Urbino e autore di un prezioso Filosofia del tennis, è la sua seconda versione che prende al cuore, che fornisce l’unità di misura della sua grandezza. Quella dell’eroe ferito, del perenne revenant che si riprende quel che è suo nonostante le ferite del corpo. La sua sofferenza si è sempre trasfusa in una cattiveria agonistica che era riflesso naturale, anch’essa costruita pezzo per pezzo, con le coppe vinte a dieci anni gettate subito nella spazzatura con metodo.
Ma è proprio attraverso la sofferenza che Rafa è diventato anche un genio del tennis. A livello sportivo, è morto e risorto almeno una decina di volte. La prima fu nel 2009 dopo la sconfitta al Roland Garros, l’unica della sua carriera, per mano di Robin Söderling. Sparì dalla circolazione. Tornò, e vinse quasi tutto nel 2010, tre Slam su quattro. Nel 2012 perde al secondo turno di Wimbledon contro Lukas Rosol, e tutti pensarono che fosse finita. Troppo dispendioso il suo gioco, troppo inumano lo sforzo per tenere insieme il fisico necessario a sostenere quel tennis, così punitivo anche per chi lo pratica. Dopo sei mesi di assenza, vinse ancora tutto. E poi il 2015, quando giocò evidentemente menomato per quasi un anno, e si operò di nuovo, eccetera eccetera, fino alla fine, a quei due set recuperati a un incredulo Daniil Medvedev nella finale dell’Australian Open, alla lezione di tattica impartita a Novak Djokovic in quel 2022 al Roland Garros, al suo ostinato restare in campo da infortunato contro Taylor Fritz a Wimbledon, nonostante tutto il suo angolo gli dicesse ritirati, non ce la fai, quasi lo stavano implorando. E lui rimase in campo, e vinse quella partita. Perché quella è la sua natura, è la prima cosa che gli hanno fatto imparare con la forza, mai rinunciare a rincorrere un colpo, mai lasciare niente, anche se il tuo corpo sta andando in pezzi.
Quello che lasciava di stucco ammirando le sue ultime reincarnazioni era la differenza che passava con il Nadal giovane che sopraffaceva gli avversari con i suoi vamos, con la sua furia agonistica. Per necessità, tra il 2003 e il 2023, aveva saltato 58 mesi di attività, quasi 5 anni. Per sopravvivere, era stato obbligato a modificare il famoso dritto, togliendo peso e rotazione dalla gamba d’appoggio malata. Si era inventato un rovescio quasi piatto, estremo nella rotazione delle anche, per non caricare la parte bassa del corpo. Era diventato il giocatore di volo più sottovalutato del mondo nonché un genio della tattica. La seconda parte della carriera è stata un monumento al tennis totale edificato attraverso il dolore. A me gli occhi di Nadal hanno sempre rivelato una profondità che faticava a esprimere nelle solite conferenze stampa. C’era dentro la consapevolezza del sacrificio, della sofferenza. Negli ultimi anni non ha fatto altro che ribellarsi a un destino scritto, e anche nella sua indecisione, nel suo voler restare fino all’ultimo attaccato all’unica vita che aveva mai conosciuto, rimandando il ritiro a oltranza, posticipando una decisione ineluttabile, mi è sempre sembrato di intravedere il bambino che non è mai stato, con quell’ombra di rimpianto negli occhi. Era tutto quello che aveva, ciò che stava per lasciare. E vederlo ora, padre di famiglia, uomo finalmente sereno e non più preda del suo furore agonistico e del suo demone interiore, è qualcosa che comunica una sensazione di pace. Buona vita, señor Nadal. Ci manchi, ma qui al Roland Garros è come se non te ne fossi mai andato.
Marco Imarisio, nato a Milano nel 1967, è inviato del Corriere della Sera.
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Vi adoro a ogni puntata, ma oggi vi siete superati. Sarà che sono bimboRafa da sempre e per sempre, però Marco sei stato fenomenale. Nella tua lucidità, hai comunque generato un totale trasporto emotivo per la storia di un bimbo diventato poi fiamma in terra (rossa)
L'aspetto dell'educazione "Toniana" che trovo stupefacente e crudele allo stesso tempo impartita e digerita dal bambino Rafa è il passare da essere destro a essere mancino e diventare il più forte se non di tutti poco ci manca, ci vuole una disciplina, un andare contro il tuo istinto il tuo corpo che solo un Titano ce la può fare, da mancino tennista qual che sono ritengo anche più difficile e improbabile del passare dalla mancina alla destra