Onora il padre e la madre – Mezza Riga n. 23
Amanda Anisimova e ciò che il tennis può fare per chi resta: a 24 anni ha già vissuto molte vite, attraversando il lutto, i ritorni in campo e il tentativo ostinato di non spezzarsi del tutto
Testo di Giorgia Mecca
Illustrazione di Livia Giorgina Carpineto
Un padre, un talento precoce, una sorella da invidiare e da cui farsi ispirare, l’American dream in sottofondo. Quante storie di tennis cominciano in questo modo, a Wimbledon e nei circoletti sperduti, con finali non sempre sorridenti? Alla base di ogni successo e di ogni insuccesso c’è un comandamento, il motore di ogni carriera e di ogni frustrazione, il primo che si impara: onora il padre e la madre.
Amanda Anisimova aveva tutto: due genitori devoti alla causa, Konstantin e Olga, e una sorella maggiore, Maria Egee, aspirante tennista, che avrebbe commesso numerosi errori per evitare che lei li commettesse. È stata proprio la più grande delle Anisimova sisters a incoraggiare i genitori a trasferirsi dalla Russia agli Stati Uniti, per provare a diventare una professionista. Era il 1998, Serena e Venus Williams stavano per cominciare a vincere. C’è molto di loro, e tanto anche di Maria Sharapova, nella storia dell’attuale numero 4 del mondo, che a ventiquattro anni ha già un decennio di professionismo alle spalle, dieci anni in cui ha vinto, ha lasciato ed è tornata.

Avrebbe potuto rompersi in due e forse si è rotta, avrebbe potuto odiare il tennis ed è naturale che lo abbia odiato, avrebbe potuto ritirarsi o vivacchiare come molte ex giovani promesse a cui è stata negata l’adolescenza in cambio di vittorie acerbe ed effimere. In definitiva, avrebbe potuto essere l’ennesima storia made in WTA finita male. Rispetto ad altre parabole discendenti, in questo caso la ragazza avrebbe avuto alibi sacrosanti e nessuna responsabilità. Cosa te ne fai del tennis quando rimani orfana di padre a diciassette anni? E se il tennis riesce a rimetterti in piedi, lo capisci solo alla fine, prima bisogna farsi travolgere dal dolore.
Ha quattordici anni la prima volta che frequenta Flushing Meadows con il pass da giocatrice: il torneo le concede una wild card per giocare le qualificazioni del torneo junior. Dodici mesi dopo vince il titolo in finale contro Coco Gauff. Tutto procede secondo i piani, Nick Bollettieri, l’IMG Academy, i coach delle campionesse, gli sponsor che la vestono e la ricoprono di dollari. Nel 2018 diventa una delle cento giocatrici più forti del mondo, nella stagione successiva conquista il suo primo titolo in carriera, a Bogotà, e a diciassette anni e sette mesi è la più giovane americana a vincere un torneo dai tempi di Serena. Piedi per terra, le dicono, l’età è delicata. Il tennis, soprattutto femminile, ti santifica e ti lascia precipitare. Amanda però è solida come il suo gioco, è una campionessa vecchio stile, trust the process, non fiammate estemporanee e tutto sommato inutili.
Il 2019 è l’anno che spacca la sua vita in due, che divide l’esistenza in un prima e in un dopo. Nel prima è una figlia devota al padre e al tennis, due elementi che spesso coincidono; nel dopo è un’orfana senza motivi di devozione. A Parigi, il 6 giugno 2019, sconfigge al Roland Garros la testa di serie numero 3 del torneo Simona Halep, ex numero 1 del mondo (qualche giorno prima, al secondo turno aveva sconfitto Aryna Sabalenka, già top 20). Grazie a quel risultato raggiunge i quarti di finale e diventa la prima giocatrice nata dopo il Duemila, tra maschi e femmine, ad arrivare così lontano in uno Slam. A star is born. È una teenager, può permettersi di inciampare, ma lei non inciampa: in campo le sue scelte sono sempre corrette, ha uno dei rovesci a due mani migliori del circuito, il suo dritto inside out lascia immobili le avversarie. Non si perde, da piccola passava le sue giornate a guardare gli allenamenti della sorella maggiore. Sognava di diventare come lei, come lei ma più forte, come lei ma più ostinata.
Il 19 agosto di quell’anno, Amanda sta per compiere diciotto anni quando il padre muore all’improvviso, a 52 anni, per un attacco di cuore. Lei si eclissa. Se il comandamento numero uno recita “onora il padre”, quando il padre non c’è più, cosa succede?
È sempre stata una questione di famiglia, un’ambizione trasmessa per via ereditaria, far coincidere la propria felicità con quella di chi ti ha messo al mondo. Il motore delle carriere è il più infantile dei pensieri: voglio che il mio papà sia orgoglioso di me. Quando Konstantin Anisimov muore, sua figlia lascia il tennis, poi ci ripensa: “Giocare è l’unica cosa che mi aiuta, lui sarebbe felice di vedermi colpire la pallina”. Amanda gioca, gioca, gioca. Sostiene di non avere bisogno di uno psicologo, ma di un campo in cui sfogarsi: “È lì che passavo più tempo con il mio papà ed è lì che voglio trascorrere le mie giornate”.
Fatica, jet lag, le sconfitte e il dolore immediato che provocano, sono tutti espedienti per nascondere, anestetizzare, il buco nero che hai dentro. “Gioca e non pensarci”, “Colpisci più forte”. Se fai in modo di ridurre la tua vita a una pallina da colpire più forte, se effettivamente quella pallina hai la sensazione di massacrarla, il nodo in gola che senti a ogni respiro vedrai che scompare. La strategia funziona per qualche mese.
L’unico post fissato sul suo profilo Instagram è una vignetta in cui c’è scritto: “Ci sono tre piccole parole che possono fare la differenza”. E subito dopo: “Ti senti bene?”.

Nel 2023 Amanda crolla e il tennis non è più capace di reggerla in piedi. Dice addio allo sport a tempo indeterminato, a ventidue anni, e sta per diventare un’ex. “In questo momento la mia priorità è stare meglio”, scrive sui social. Si iscrive all’università e studia storia dell’arte. Ritorna nel circuito otto mesi dopo, da teenager si è fatta donna, ha un nuovo colore di capelli, è fuori dalle prime cento giocatrici al mondo. C’è un’epoca per tutto e nel 2025, nonostante i suoi ventiquattro anni ancora da compiere, sono in molti a credere che questa non sia più la sua epoca. Non parla mai di suo padre, tiene fede al primo comandamento giocando, giocando e giocando.
A Wimbledon, in finale, perde 6-0, 6-0 contro Iga Świątek in 57 minuti. Il suo discorso durante la cerimonia di premiazione è stato forse il momento più importante della stagione femminile. Annabel Croft, invitandola a parlare, le fa un breve riassunto della partita cercando di non infierire. Lei si copre gli occhi con le mani, piange, non riesce ad aprire bocca. Poi respira e il pubblico per la prima volta in quella giornata si accorge di lei. Amanda Anisimova, cinque minuti dopo aver subìto la più perentoria sconfitta degli ultimi 117 anni ai Championships ringrazia la sua avversaria, gli spettatori presenti, poi si rivolge al suo “pretty small box” e soprattutto a sua mamma, l’altra metà del primo comandamento. Piange ancora Amanda, e fa piangere tutti quando dice: “Mia madre ha fatto tutto il possibile per farmi arrivare fin qui. È la persona più altruista che conosca. Grazie per essere qui oggi e per aver infranto la superstizione di non volare. Non è certo per questo che ho perso oggi”. Dall’imbarazzo iniziale il discorso della giocatrice porta gli inglesi alla commozione e, infine, alla consapevolezza. Le finali si possono perdere e si possono perdere anche 6-0, 6-0 in meno di un’ora. Puoi scendere sul campo più importante che il tennis conosca soltanto per giocare la peggior partita della tua carriera senza riuscire a trovare una una via di fuga. O vinci o impari, dicono i mental coach, ma sono cazzate. A volte perdi e basta. E come se non bastasse, a volte ti trovi a singhiozzare in un discorso di premiazione quando l’unico desiderio sarebbe quello di scomparire. È stato in quel momento che Amanda Anisimova si è rivelata agli occhi di chi la stava guardando. Lì si è compreso il senso del suo come back, giocare la finale di Wimbledon, rimanere paralizzata dall’inizio alla fine, e poi conquistarsi il diritto di essere vulnerabile, il diritto di finire KO.
Fallisci ancora, fallisci meglio. Trust the process Amanda, lo hai sempre fatto. Il suo sponsor principale, Nike, ha commentato il match con poche parole: “Questa partita forse ha spezzato il tuo cuore, ma tu sei ancora intera”. Meno di un mese dopo, lei conquista la sua seconda finale in uno Slam, a New York. Perde 6-3, 7-6 contro Aryna Sabalenka, questa volta giocando a tennis.
Ha ventiquattro anni e ha già vissuto molte vite, il suo cuore si è spezzato più volte e in molti modi diversi. Parafrasando John Fitzgerald Kennedy, a volte non bisogna chiedersi cosa possiamo fare noi per il tennis ma cosa il tennis può fare per noi: colpisci più forte, perdona e non dimenticare mai. Onora il padre e la madre, nelle vittorie e nelle sconfitte. Forse il tennis serve anche a questo, a farci sentire interi anche quando abbiamo il cuore spezzato.
Giorgia Mecca è nata a Torino nel 1989. Gioca a tennis da quando ha memoria, e quando non gioca lo guarda. Collabora con Sky Sport, il Foglio e il Venerdì di Repubblica. Ha scritto un libro: Serena e Venus Williams, nel nome del padre (66thand2nd).
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Che bell'articolo intenso. Oltre a Coco, ne ho un'altra per cui tifare.
Tiferó per Amanda❤️🩹