Taylor, scusami, tutto di personale – Mezza Riga n. 38
Fritz è il mio tennista da ferramenta: dove finisce la poesia della volée comincia un tennis che tira fortissimo e non commuove nessuno. Una odiografia
Testo di Gianni Montieri
Durante il terzo game dei quarti di finale a Wimbledon tra Alexander Zverev e Taylor Fritz mi sono addormentato. E se si trattasse di una poesia potremmo anche chiuderla qui, una volta messa in metrica, avremmo l’incipit, il corpo e la chiusa. Ma non lo è. Dubito che Fritz possa essere associato a qualcosa che ricordi o somigli a una poesia, nemmeno delle più sperimentali, strane, brutte. Mi sono risvegliato che il primo set era già bello che andato, un comodo 6-4 per il tedesco. Mi sono alzato dal divano e ho cominciato a mettere a posto i libri che avevo sparsi per casa, la partita in sottofondo, l’audio basso. Ogni tanto davo un’occhiata, un ace di Zverev, un diritto sbagliato da Fritz, passavo davanti allo schermo con un romanzo di Roth e quasi volevo chiedergli scusa. E non ho voluto dirglielo – né a lui, né al poeta Milo De Angelis, né a tutti gli altri autori che ho fatto transitare davanti allo schermo – che quei due tizi poco eleganti in completo bianco stavano disputando i quarti di finale di Wimbledon. Sono riuscito a riordinare tutti i libri nel tempo abbastanza breve in cui è finito il match. Taylor Fritz, lo sconfitto, è il motivo per cui sono qui seduto davanti al pc. Fritz che tennisticamente detesto, gli vedo in mano la racchetta e penso a una mazza da hockey, a un martello. Fritz il mio tennista da ferramenta. Non è odio, no. Si tratta di conoscere le misure del tennis, quelle esatte e queste riguardano la leggerezza, con la grazia, col talento e con la bellezza. Nessuna di queste caratteristiche hanno a che fare con Fritz, non è colpa sua si capisce, ma così stanno le cose.
Torniamo per un attimo alla poesia. Pensiamo sul serio al gioco del tennis, alla sua unicità, ai motivi per cui ci sorbiamo una cosa che va dalle tre alle cinque ore nei tornei dello Slam. Facciamo finta che la nostra poesia riguardi il gioco a rete. Il difficilissimo gioco di volo, di precisione, di levità. Di tocco, come ci piace ogni tanto dire. Senza scomodare per la milionesima volta Federer – anche se in fondo, di nascosto, sempre lo scomodiamo –, pensiamo a Stefan Edberg. Quel signore che in abito grigio chiaro vediamo in tribuna a New York, a Parigi, a Londra, quel signore che applaude a un bel colpo senza mai scomporsi troppo, magari commentando con la moglie, quasi sempre seduta al suo fianco. Soffermiamoci un attimo sulla voce di Gianni Clerici che dice a Rino Tommasi, riferendosi a una volée di Edberg: “Rino, se l’è strappata dal petto”, che meraviglia. Ora pensiamo un attimo a quello strappare il colpo di racchetta dal petto, non ricordo la partita, ma ricordo la volée e la voce di Clerici. E mi ricordo Edberg prossimo alla rete, spostato verso la sua sinistra, la palla gli è arrivata proprio all’altezza del petto, molto forte e vicina, un altro avrebbe provato a metterci la racchetta e a sperare che quantomeno la pallina tornasse di là. Lo svedese con un movimento quasi impercettibile del braccio riesce a compiere un gesto perfetto, una volée di rovescio meravigliosa che cade – imprendibile – alla sinistra del suo avversario. Stando al gioco del tennis questa è una poesia. Senso del ritmo, estrema sintesi, gestione dello spazio, precisione, pulizia, bellezza.
Ora il suo opposto, Taylor Fritz a Wimbledon 2026. Al terzo turno, l’americano batte Lorenzo Sonego 3 set a 1. Se guardate gli highlights, noterete che i punti belli (alcune volte bellissimi) a rete, sono tutti del tennista italiano, anche nei set che perde. A un certo punto, Fritz, proprio lui, e chi se no, in un game decisivo (e gli va pure bene) fa una volée di rovescio a due mani, impugnando la racchetta come una vanga o, nel migliore dei casi, una mazza da baseball. Le braccia entrambe tese a tenere l’attrezzo come se fosse una questione di vita o di morte, come se la morbidezza, il braccio sciolto non garantissero la salvezza del pianeta o quel quindici. Povero Fritz, ho visto pizzaioli maneggiare la pala da forno con più eleganza e naturalezza. Non oso pensare cosa avrebbe detto Gianni Clerici a Rino Tommasi, ma provo a immaginarlo e rido. Taylor, vai in cantiere.
Taylor Fritz è nato a Rancho Santa Fe nel 1997, nello stesso anno nascono altri due tennisti statunitensi. Tommy Paul e Reilly Opelka. Il primo a Voorthees, New Jersey, e il secondo a St. Joseph, Michigan. Tutti e tre, in modo diverso, inguardabili. Non allo stesso livello, si capisce. Fritz è meglio di entrambi, e lui e Paul sono meglio di Opelka, che Dio o Federer ce ne scampi. Fritz quando stava decidendo se intraprendere seriamente la carriera tennistica andò a visitare il centro di allenamento dell’USTA a Boca Raton in Florida. E chi trova? I due coetanei fenomeni, quando si dice l’imprinting. Addirittura pare, che Opelka e Paul fossero più avanti, più pronti di Fritz. Le cronache raccontano che proprio vedere giocare i due – specie sulla terra – spronò Fritz a migliorarsi. Ah, non essere passati da quella scuola di fenomeni in quegli anni.
Il discorso anagrafico è comunque interessante: cosa accadeva nel mondo del tennis nel 1997? Un tennista, più di altri, domina gli anni Novanta, è statunitense, è Pete Sampras. Nell’anno in cui nascono i nostri fantastici tre, Sampras vince il suo secondo Open d’Australia, il suo quarto Wimbledon (ne vincerà poi altri tre) e il quarto (dei cinque) ATP Finals. Insomma, negli Usa tennistici già da quelle nascite si può leggere il precipizio, il non futuro al di là e al di qua della rete. Nell’anno in cui Sampras domina (e c’è ancora Agassi a pieno regime, solo per fare un altro nome) ancora leggero tra cemento ed erba vengono al mondo tre tizi che – nelle giornate migliori – azzeccano qualche diritto. Sembro troppo duro? Può darsi. A volte mi chiedo se Sampras non si presenti mai a un torneo per non vederli giocare. Hey Pete, cosa ne pensi del tuo connazionale Taylor? L’ex numero 1 del mondo – come nei sondaggi – non sa, non risponde.
Mi domando come sia possibile che sia stato numero 4 del mondo, che abbia vinto una decina di tornei ATP. La risposta in fondo è una sola: tolti Sinner e Alcaraz, il livello è basso, e i pochi che sanno giocare come Musetti, forse Draper, magari Rune, sono spesso infortunati. E poi c’è Dimitrov, la pura bellezza, la fragilità che lo ha fatto vincere così poco, ma guardi il suo rovescio a una mano, la pulizia del suo diritto a uscire e ritorni alla poesia e a quello che ci aspettiamo durante una partita di tennis. Chiediamo un poco di bellezza, di delicatezza. Fritz ha un servizio decente, dicono un buon diritto, ma anche qui avrei da obiettare: un buon dritto è preciso, è vario, è potente, è costante. Non può essere solo una bordata. Non ha un gran rovescio. Non sa giocare a rete. Fritz in fondo, però, è un giocatore medio, perfettamente in linea con quello che è il tennis contemporaneo. Un tipo di tennis che, diciamo, non corrisponde ad alcun parametro federeriano, e che subiamo torneo dopo torneo. Se facciamo attenzione, in alcune fasi, perfino Alcaraz e Sinner ci fanno pensare a tutt’altro rispetto alla leggerezza e alla grazia. Alcaraz è pieno di fantasia, ma la fantasia, l’estro non sono sinonimi né di grazia né di bellezza, anche se a volte conducono da quelle parti. Sinner, in alcuni rari momenti, quando si piega per colpire di rovescio, è molto elegante, ma è grazia? È vera bellezza? E se guardiamo in prospettiva: come giocano Fonseca (che tra l’altro non ha nulla a che fare nemmeno con la simpatia) e Jódar? Tirano forte, tirano preciso, ma poi? Forse Fritz ci serve come parametro, ci aiuta a pensare e a chiederci: il tennis sta diventando (e sempre più diventerà) questa cosa, dove tutti giocano alla stessa maniera? E quindi, anche in assenza di armonia e talento, ci si può trovare tra i migliori del mondo? Un po’ di timore c’è. D’altro canto, fatte le debite proporzioni, un giocatore sgraziato ma che in qualche maniera amiamo è Medvedev. Insomma, il nostro Meddy non è che brilli per armonia dei movimenti o grazia dei colpi, però prende tutto: ci sono stati momenti della sua carriera che sembrava impossibile non fosse in grado di rimandare qualunque pallina dall’altra parte. In più, rispetto a Fritz, nella sua follia – nelle racchette spaccate, nei momenti in cui diventa furioso con gli arbitri, col pubblico, con gli avversari – Daniil Medvedev ci diverte, ci piace, ci fa ridere. Come una volta mi ha detto Milo De Angelis: “Non possiamo non amare uno dei pochi tennisti rimasti che sappia parlare francese”. E se Fritz, invece, ci ricordasse chi siamo? Quando si muove per il campo, sembra un tronco, non sa correre, né lateralmente, né (e figuriamoci) in avanti. Santa pazienza. A nessuno di noi piace essere goffi e, ogni tanto, anche i migliori di noi, lo sono; forse vedere i movimenti grezzi o poco eleganti del tennista americano, il suo non possedere il dono del tocco, ci costringe a fare i conti con le nostre mancanze, debolezze. Insomma, più facile che ci toccherà somigliare a Fritz che ad Alcaraz, almeno l’americano ci risparmia i vamos a ogni piè sospinto.
Insomma, lo detesto ma in fondo sento (da qualche parte) di poterlo perdonare, proprio perché posso sfotterlo. Non incazzarti, Taylor, non sei nessuno come quasi tutti, devi solo essere grato per tutta una serie di circostanze, tra cui la generale assenza di talento, che fanno sì che ti ritrovi nella parte alta della classifica da qualche anno. Io ti perdono l’essere così inguardabile, ti perdono andando all’indietro, proprio forse quando ti ho visto giocare per la prima volta, talmente impedito da farmi simpatia e antipatia allo stesso tempo. Era il 2019, non sapevo chi fossi e ho assistito al primo dei tuoi tanti capolavori, al torneo di Los Cabos, non ricordo nemmeno chi fosse il tuo avversario, vecchio mio. Tu servi abbastanza bene a uscire, l’avversario risponde con fatica, quasi scivola, la palla cade corta, vicino alla rete, tu ci arrivi comodo e ci regali un capolavoro. Impugni la racchetta come un battipanni, o uno di quegli arnesi con cui si ammazzano le zanzare, e la pallina per te diventa proprio una zanzara, una mosca, praticamente la manchi, la prendi quasi di striscio, la mandi in rete.
Gianni Montieri è nato a Giugliano, in provincia di Napoli. Scrive di letteratura e di sport per varie testate. Il suo libro di poesia più recente è Ampi margini (Liberaria). L’ultimo di sport è Il Napoli è la terza stagione (66thand2nd). Vive a Venezia.
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Che ne pensate di Jodar (in classifica live è 15esimo)?
Pronto ad issarsi ai primi 3 posti
Ormai sono tutti Taylorfritz, a parte Alcaraz e Musetti. Sinner è un Taylorfritz stiloso e talentuoso, qualche volta prova anche a fare delle variazioni, ma la mission è "picchia come non ci fosse un domani". Quando la malinconia diventa insopportabile, mi riguardo qualche frammento di vero tennis, Laver-Rosewall WCT di Dallas 1972, Smith-Nastase Wimbledon dello stesso anno: cose così, da boomer dei gesti bianchi...