Il colpo proibito – Mezza Riga n. 24
Da Michael Chang a Nick Kyrgios passando per Martina Hingis e Sara Errani: storia, estetica e soprattutto etica del servizio dal basso
Testo di Roberto Scarcella
Il 18 gennaio scorso, a Rabat, in Marocco, durante una finale di Coppa d’Africa dalla sceneggiatura lisergica, che sembrava un set di un film di Terry Gilliam, il fantasista della squadra di casa, Brahim Díaz, ha calciato il rigore che avrebbe deciso l’incontro – e il torneo – tra le braccia del portiere senegalese con un goffo pallonetto strozzato che definire mal riuscito sarebbe già un complimento.
Il Marocco perderà poi la partita, mentre Díaz si aggirerà per il campo con lo sguardo perso di un uomo rotto, a cui – sul dischetto del rigore – era stata asportata l’anima. Nel giro di pochi secondi, complici i social, era diventato lo zimbello del pianeta, inseguito in decine di lingue dal ritornello: “Ma cosa gli è saltato in mente? Non poteva tirare una botta forte e angolata?”. Gli hanno rinfacciato di sentirsi chissà chi, di non essere Francesco Totti (il famoso cucchiaio all’Olanda durante Euro 2000) né Zinedine Zidane (che usò lo scavetto per calciare il rigore nella finale dei Mondiali 2006). Gli hanno detto – soprattutto – che è stato irrispettoso.
Appena qualche ora prima, dall’altra parte del mondo, a Melbourne, il francese Corentin Moutet si era beccato anche lui dell’irrispettoso – oltre che una bordata di fischi – per aver servito dal basso, e con successo, il match point contro il tennista di casa Tristan Schoolkate nel primo turno degli Australian Open. Ironia della sorte, in mezzo al pubblico inferocito, si può scorgere un tifoso francese festante con indosso la maglia di Zinedine Zidane.
C’è una linea nemmeno troppo sottile che – a dispetto delle migliaia di chilometri di distanza – unisce il rigore sbagliato da Díaz e il punto decisivo di Moutet. Cambia il gioco, il contesto, la risonanza globale del gesto (uno assegnava una coppa che il Marocco – ad aggravare le cose – aspettava da cinquant’anni, l’altro il passaggio di un “semplice” primo turno tra due che non sarebbero comunque andati troppo lontano), eppure siamo nello stesso territorio, quello di presunte infrazioni di leggi morali interne allo sport, di cui gli sport stessi, nei loro regolamenti, non fanno menzione.
Pur rientrando nelle regole del gioco, il gesto di Diaz – per molti – “non s’ha da fare”, raggiungendo livelli di drammaticità degni di un matrimonio manzoniano da mandare all’aria. Lo stesso vale per il servizio dal basso di Moutet, che ha provato a scagionarsi dal processo in corso con la più ovvia delle argomentazioni: “L’ho usato perché ho pensato che in quel modo avrei potuto vincere il punto, che poi ho vinto. Tutto qui”. Sembra una di quelle frasi – allo stesso tempo scontate e a effetto – con cui, alla fine di un legal thriller, l’avvocato difensore smonta in due secondi due ore di impalcature tirate su dall’accusa, mostrando con un soffio la fragilità di un gigantesco castello di carte. Eppure le cose, a quanto pare, sono più complicate di così per l’imputato “servizio dal basso”, richiamato ogni volta alla sbarra non appena si alza la posta in palio, aumentano le telecamere attorno o il dileggiato è un nome noto, portando la contesa dalle parti – scivolosissime – della lesa maestà. Anche perché, spesso, quando a battere rigori e servizi irrituali è il campione famoso e benvoluto, i giudizi si ribaltano. E lo sfottò maleducato diventa colpo di genio, la mancanza di bon ton da biasimare diventa coraggio di sbagliare da ammirare.
Il servizio dal basso, chissà perché, strappa sempre sorrisi complici e gomitate al vicino di posto, nemmeno fosse una barzelletta sconcia. Non è un caso che il più famoso della storia sia seguito dal primo piano di uno spettatore che ride di gusto mentre mette istintivamente le mani sopra la testa.
Inutile a questo punto schivare l’elefante nella stanza, o meglio, al Roland Garros. È l’11 aprile 1989 quando Michael Chang, appena diciassettenne, eleva ad arte la battuta da sotto nell’ormai mitologico ottavo di finale con il numero 1 del mondo Ivan Lendl. Sotto 2 set a 0 e in preda ai crampi, Chang inizia a sparare lob altissimi e apparentemente amatoriali (il telecronista inglese li chiama “moon ball”, palle tirate alla luna) alternandoli a millimetrici rovesci lungolinea che paiono calamitati dalle righe esterne; mangia una banana dietro l’altra, nemmeno si siede più ai cambi campo per paura di non riuscire a rialzarsi, va a zonzo come se fosse al parco prendendo anche un warning per perdita di tempo. In qualche modo risorge, sfidando Lendl più nella testa che in campo, fino al momento in cui, nel quinto set, in vantaggio 4-3, ma sotto 15-30 si gioca il servizio da sotto. Lendl, preso in contropiede, si avvicina alla rete e risponde come può, Chang gli tira quasi addosso e il ceco s’incarta lasciandogli prima il punto, poi il game, infine la partita, scappando via con l’aria da cartone animato offeso e sfumazzante a cui manca solo una nuvoletta sulla testa con i fulmini, i teschi e la scritta “sgrunt”.
A dispetto di quel che si potrebbe immaginare, Chang (che, come sanno anche su Marte, poi vincerà il torneo) non servirà mai più dal basso in tutta la sua carriera. E Lendl non se la prese mai per quel colpo estemporaneo (“Tanta gente è convinta che ce l’avessi con Michael. Assolutamente no. Lui non ha fatto nulla di sbagliato. Molto semplicemente, io non me l’aspettavo e ha funzionato”). Anzi. Lui stesso lo userà, sebbene non negli Slam. L’aveva fatto anche prima, come quella volta, nel 1982, nella finale di un torneo su terra a New York in cui vide l’avversario Eddie Dibbs “praticamente seduto sulla recinzione a fondo campo. Battei da sotto e funzionò”.
Lendl subì un altro celebre servizio dal basso, sempre su terra battuta, al Foro Italico di Roma, durante la semifinale di Coppa Davis del 1979 tra Cecoslovacchia e Italia. Dall’altra parte della rete c’era Adriano Panatta, un virtuoso, ma soprattutto uno che non ha mai nascosto la sua antipatia per Lendl (chi ha visto La squadra ricorderà che alcune delle battute più divertenti dell’intero documentario sono proprio sul loro feeling inesistente). Tuttavia, fu più il disagio della soddisfazione. Visto che, a distanza di anni, ci tenne a dire: “Fui poco rispettoso. Me ne pento ancora oggi”.
Panatta ritirò fuori quell’episodio, vecchio esattamente quarant’anni, commentando nel 2019 un servizio dal basso diventato una specie di spartiacque che riattizzò l’eterna discussione sulla sua legittimità morale. A farlo – in quel di Acapulco – fu Nick Kyrgios, un villain, un corpo estraneo all’austera etichetta del tennis, uno che sembrava arrivato apposta con spray e vernice a sporcare lo sport dei gesti bianchi. A subirlo, Rafa Nadal, un simbolo del fair play amato dal pubblico e, allo stesso tempo, forse l’uomo più rigido e metodico dell’intero circuito.
La distanza siderale tra i due esseri umani, ancor più che tra i due giocatori, fece sì che quell’episodio esplodesse ben oltre il suo valore reale, e cioè un “quindici” tra tanti di un torneo tutto sommato marginale (Acapulco era ed è ancora un torneo ATP500). Kyrgios prese male le misure e fece doppio fallo, Nadal – dopo essersi visto annullare tre match point – perse l’incontro e le staffe, dicendo che l’avversario aveva mancato di rispetto a lui, al pubblico e a se stesso. L’australiano rispose che era solo una tattica di gioco come un’altra.
Difficile dargli torto: in possesso di uno dei migliori e più potenti servizi del circuito, costringeva spesso gli avversari a posizionarsi ben oltre la riga di fondocampo. Nadal spesso esagerava oltremodo nell’arretrare. Nelle riprese da dietro di quel contestato servizio di Acapulco, a ricevere sembra non ci sia nessuno. Poi si vede Nadal sbucare dai cartelloni pubblicitari, come se ci si fosse rintanato dentro per prendere la rincorsa. A forza di vedere gli avversari allontanarsi dalla riga, Kyrgios aveva capito che accorciare la battuta era un buon modo di sorprendere e fare punto senza che il regolamento glielo impedisse.
Cinque mesi dopo, l’australiano bissò due volte a Wimbledon, sempre contro Nadal: in quel caso portò a casa sia il game che la vittoria finale. Applaudito dal pubblico al primo tentativo riuscito – in cui Nadal fece giusto in tempo a raccogliere la pallina con un sorriso che sembrava più una smorfia di fastidio – Kyrgios fu poi fischiato quando tentò il secondo, in cui la risposta dello spagnolo si spense contro la rete.
Se ne parla ancora oggi, e fu in qualche modo seminale, perché – da quel momento – sia Kyrgios che altri giocatori di alto livello usarono con sempre più costanza e attenzione il servizio dal basso. Tra questi anche Daniil Medvedev, Alejandro Davidovich Fokina e Alexander Bublik, il più divertente e divertito nel proporlo. C’è un video che si intitola proprio 2019: Year of the Underarm serve.
Mentre Nadal, pur correggendo il tiro, continuò a diffidare della zona grigia in cui si muove chi usa il servizio dal basso (“Se lo fai con l’obiettivo di migliorare il tuo gioco, o come una cosa tattica, lo sostengo al 100 per cento. Se lo fai per mancare di rispetto all’avversario, non è una buona cosa”), altri grandi campioni la vedevano e la vedono diversamente.
Andy Murray serviva talvolta dal basso e la madre Judy, ex selezionatrice della squadra britannica di Fed Cup, definì Kyrgios un genio: “Il senso del tennis sta nel rompere il gioco avversario applicando pressione attraverso variazioni di velocità, spin, direzione, profondità o altezza della palla. Discorso che vale anche per il servizio. Non capisco perché non lo facciano anche altri”. Roger Federer, che non lo faceva, ne elencò più volte i pregi: “È una tattica come un’altra, che – specialmente quando chi risponde se ne sta abbracciato alle protezioni di fondo – non bisognerebbe aver paura di usare. Se sbagli puoi fare brutta figura. Ma perché no? Il vero problema è la pratica. Puoi provare in allenamento, ma quando sei in campo con tutti gli spettatori intorno non è così facile, non è la stessa cosa”.
Ci sono poi momenti e momenti. Tornando al calcio, un conto è tentare un cucchiaio in una partita dentro o fuori di un Mondiale, un altro è quando non hai nulla da perdere. Qualcuno ricorderà lo scavetto di Simone Inzaghi nei minuti di recupero di un Lazio-Reggina 2-0. Per battere quel rigore, ininfluente, litigò con Hernan Crespo. Calciò in bocca al portiere e si beccò la reprimenda dell’ex compagno e viceallenatore Roberto Mancini: “Non si deve mancare di rispetto agli avversari. Non ha fatto una bella figura”.
A scegliere il momento sbagliato (che magari sarebbe stato quello giusto, se le cose fossero andate diversamente) è stato senz’altro Davidovich Fokina, quando nel 2023, a Wimbledon, tentò un servizio dal basso nel tie-break del quinto set, sull’8 pari contro Holger Rune. Il danese arrivò facilmente sulla palla, fece punto col dritto e poi chiuse il match. È uno di quei casi in cui quel tipo di battuta si rivela un coltello tenuto dalla parte della lama, un atto – chissà quanto consapevole – di autosabotaggio. Tre anni prima, entrato in trance da corrida, a Rio, contro il brasiliano Thiago Seybold Wild, Davidovich Fokina, iniziò a servire dal basso, annullandone il senso tattico e perdendosi nella mera provocazione: più lo fischiavano, più insisteva. Alla fine perse pure in quell’occasione.
Ma i motivi per cui si arriva a battere da sotto sistematicamente possono essere tanti. Moutet, che non è molto alto per gli standard attuali dei tennisti-corazzieri (il sito ATP dice un metro e ottanta, ma si stenta a crederlo) e non può affidarsi a un servizio potente per attaccare, usa il servizio da sotto per diversificare un gioco altrimenti troppo sgonfio. Contro Sebastian Ofner, due anni fa, a Parigi, ha battuto dal basso per ben nove volte in quattro set.
Perfino Ivo Karlovic, due metri e otto centimetri e uno dei servizi più temibili di tutto il circuito (con un record di 251 chilometri orari), per avere la meglio su Tommy Haas in una partita punto a punto, si giocò una battuta dal basso, facendo ace. Era il 2007. Nello stesso anno, sull’erba di Hertogenbosch, Ivan Ljubicic (che poi diventerà coach di Federer) chiuse il match con il funambolo Gaël Monfils battendo da sotto.
Poi c’è Bublik che, mentre Kyrgios ha la faccia di chi serve dal basso per dispetto, ti si presenta davanti con l’aria di chi non prende nulla troppo sul serio, a cominciare da se stesso, desacralizzando il tennis fino a portarlo a una dimensione da racchettoni in spiaggia, nel bene e nel male. Quando nell’agosto 2020 tornò in campo a Cincinnati dopo i cinque mesi di stop forzato per via del Covid, usò – come una sorta di liberazione – un servizio dal basso per aprire il primo punto del suo primo match. Dall’altra parte c’era il russo Karen Khachanov che gli rispose prontamente portandosi sullo 0-15: “Fu divertente perché me l’aspettavo”.
Un mese dopo – e un anno dopo tutte le polemiche di Acapulco – l’americano Mackenzie McDonald si trovò davanti Nadal al secondo turno del Roland Garros. Provò un servizio dal basso, perse il punto e smise di farlo. Lo spagnolo gli lasciò appena quattro game. Eppure lui se ne uscì con un rammarico: non avere avuto abbastanza coraggio. “Nadal se ne sta sempre a fondo. La tattica giusta con lui è servire dal basso, bisognerebbe farlo per tutto il tempo, continuamente, solo che io non ho avuto il fegato di farlo. Ci sarebbe voluta un’altra persona al mio posto”.
Molto diversa è la situazione nel tennis femminile, dove la battuta dal basso è poco utilizzata, anche perché la ridotta potenza del servizio rispetto agli uomini non fa allontanare troppo dal campo chi risponde, rendendola una tattica rischiosa e poco redditizia. Ne ha fatto tuttavia ampio uso – anche in momenti decisivi – Sara Errani, un po’ per una sorta di blocco sul servizio classico (in particolare nel lanciare la palla), un po’ per destabilizzare le avversarie.
Battendo dal basso, Errani - in coppia con Jasmine Paolini – ha portato a casa il match point sia nella semifinale olimpica contro le ceche Linda Noskova e Karolina Muchova, sia nella complicata semifinale di Billie Jean King Cup di fronte al duo polacco Katarzyna Kawa-Iga Świątek: partita in cui la coppia italiana chiuse il secondo set 7-5 partendo da un parziale di 1-5. Errani ha spiegato così la sua scelta: “Mi sentivo di servire da sotto e l’ho fatto. Ho avvisato Jasmine dopo la prima di servizio che l’avrei potuto fare, non è una cosa pianificata, me la sono sentita ed è andata così”. Dopo la semifinale olimpica, invece, parlò di “marchio di fabbrica” apertamente.
Ci sono voluti anni, tuttavia, per far passare quel colpo in più nel suo repertorio come risorsa extra, come punto di forza ottenuto grazie alla capacità di girare intorno ai propri difetti. Nel 2019, dopo aver raggiunto la finale di un torneo marginale, ad Asunción, in Paraguay, Errani – subissata da critiche di presunti puristi del gioco – arrivò a lanciare un messaggio piccato su Instagram: “Se non vi va bene, scrivete una lettera alla WTA chiedendo di cambiare le regole sul servizio o di squalificarmi per un servizio orribile. Se invece avete altri problemi con me, scrivete a Babbo Natale”.
Errani ha spiegato più volte la sua scelta quasi obbligata (“Batto da sotto perché ho paura di fare doppio fallo. Se sento che il braccio si contrae, preferisco metterla di là dal basso che regalarla. E poi mi serve per togliere ritmo all’avversaria. Se vedo che risponde molto aggressiva stando dentro al campo, il servizio da sotto la costringe a cambiare posizione”), rivendicando anche di essere arrivata dove è arrivata (numero 5 cinque al mondo nel singolare e finalista al Roland Garros) nonostante i suoi problemi con il servizio (“Sono piccola. Non potrò mai servire a 180 all’ora”) culminati in una partita del 2020 a Parigi riassunta molto bene nelle prime righe del resoconto fatto all’epoca da Eurosport: “Tra lanci palla mancati, warning e time violation, doppi falli (14) e battute da sotto, Sara Errani va in tilt col servizio perdendo 7-6, 3-6, 9-7 con Kiki Bertens”.
Tra le poche a servire dal basso ci sono anche Marta Kostjuk, tennista viscerale che ama lo scontro, dentro e fuori dal campo, e Ons Jabeur, giocatrice dal tocco vellutato e maestra della palla corta.
Anche il circuito femminile ha vissuto però il suo momento di grande tensione culminato con un servizio dal basso: è accaduto al Roland Garros del 1999, dieci anni esatti dopo Chang, nella finale tra Steffi Graf e Martina Hingis. La tedesca non vinceva uno Slam da tre anni, la svizzera invece – nemmeno diciannovenne – stava dominando il circuito e anche la finale. Sul 6-4, 2-0 si intestardì su una palla chiamata fuori dal giudice di sedia e sconfinò nella metà di campo di Graf per andare a mostrare quello che secondo lei era il segno giusto rimasto sul terreno. Dagli spalti iniziarono a rumoreggiare e a fischiarla, lei a perdere la testa: arrivò comunque a giocarsi un match point con tutto il pubblico contro. Poi la gara cambiò all’improvviso: Graf vinse il secondo set tra gli applausi e Hingis ingaggiò una battaglia contro tutto e tutti fino al 2-5 nel terzo set. Quando ormai era spacciata, sul primo match point per Graf, servì dal basso. La dinamica, a rivederla, è identica a quella tra Chang e Lendl (risposta in affanno, controrisposta vicina al corpo, allungo scomposto quasi a lanciare la racchetta). Hingis conquista il punto, ma anziché applaudire e ridere, il pubblico la riempie di fischi. Quando poco dopo lo fa di nuovo, la palla non supera la rete. Graf chiede al giudice di sedia se “si può tornare a giocare a tennis”. Hingis, crollata psicologicamente, serve senza convinzione. Perde, lì per lì pensa di non tornare nemmeno in campo per la premiazione. Ammeterà poi che è lì che ha cominciato a squagliarsi la sua carriera.
E qui torniamo al chi fa cosa, contro chi e dove e quando e come. Lo stesso gesto, la stessa tattica sul medesimo campo che provoca due reazioni opposte, piegando all’umore la realtà dei fatti. Chang e Hingis hanno entrambi cercato un modo di superare l’avversario: ma il primo venne osannato come se stesse sorpassando in una curva impossibile in un GP di Formula 1, la seconda odiata come l’autista della domenica che, mentre gli altri sono bloccati in coda, si mette a superare tutti rombando lungo la corsia d’emergenza.
Rimanendo in ambito femminile è quantomeno curioso che l’ultima donna a servire regolarmente dal basso a Wimbledon – quando le altre avevano già smesso da un pezzo – fu, nel 1956, Susan Billington, la figlia di Ellen Stawell-Brown, la prima a servire dall’alto nello stesso torneo (nell’Ottocento uomini e donne servivano tutti da sotto; non era considerato un colpo d’attacco, ma una semplice messa in gioco della palla). A rendere il tutto ancor più assurdo e romanzesco è che Billington era la bisnonna di Tim Henman, quattro volte semifinalista a Wimbledon.
Patrick Mouratoglou, per un decennio coach di Serena Williams (e di molti altri, da Grigor Dimitrov a Stefanos Tsitsipas, da Simona Halep a Naomi Osaka), è uno strenuo difensore del servizio del basso, che ha definito “un’ottima opzione. Se usata bene, può dare grossi vantaggi. Di certo una giocata non più irrispettosa della palla corta”.
Il punto è proprio questo: come mai un drop shot durante uno scambio è visto oggi come una magia tecnico-tattica capace di mandare in tilt l’avversario e in solluchero il pubblico, mentre la stessa cosa ottenuta al servizio provoca ancora così tanti mal di pancia, fischi, risentimento e – quando va bene – risate? In parte rientra, come detto, nei codici non scritti del tennis, la cui sacralità (accresciuta dall’abitudine) pare intoccabile come una liturgia ecclesiastica. E come tutti i dogmi, guai a fare domande.
Ma non molto tempo fa anche la palla corta era vista quantomeno con sospetto. Sua maestà Roger Federer, a inizio carriera, la definì “un panic shot”, un colpo che fai quando non ti restano alternative. Non proprio una pratica semiclandestina come il servizio dal basso, ma un piano B – o forse C, se non addirittura D – estemporaneo per uscire dall’angolo in cui qualcuno ti aveva ficcato. Cambiò poi idea, Federer. E con lui tutto il circuito, che oggi celebra le palle corte e il loro antidoto – le contropalle corte – come una boccata d’ossigeno necessaria per tornare a respirare dopo i lunghi, violenti e quasi robotici scambi da fondo vissuti in apnea in poltrona quanto in campo.
Come accaduto ad Acapulco con il servizio dal basso, il Guardian fa risalire a un incontro del 2023, la finale di Indian Wells tra Carlos Alcaraz e Daniil Medvedev, il punto di svolta. Lo spagnolo portò a spasso per il campo il corpo allungato del russo, spesso ancorato ben oltre la riga di fondo (non a caso è uno di quelli che subisce anche più servizi dal basso, come Sascha Zverev e tutti quei bombardieri alti due metri che pagano la loro stazza sui primi passi). Dal torneo successivo, a Miami, gli avversari di Medvedev cercarono di replicare la tattica di Alcaraz: “Molti avversari forse hanno visto la finale di Indian Wells e hanno iniziato a giocare solo palle corte contro di me”, spiegò il russo ridacchiando. E concludendo con: “Continuate pure, che con Carlos non ci arrivo a prenderle, ma con voi sì”. Medvedev, infatti, vinse a Miami, dimostrando che la palla corta è un’ottima idea solo se hai anche i mezzi tecnici e tattici per renderla efficace.
Alcaraz lo ha spiegato con quell’imbarazzata naturalezza con cui gli sportivi toccati da un talento speciale si rivolgono a noi poveri mortali, dando grande importanza al colpo che precede la palla corta: “Bisogna colpire forte e profondo, così da spingere l’avversario a fare qualche passo indietro. A quel punto giochi la palla corta. Non so come spiegarlo. Per me è naturale, è questione di buona tecnica”. Mirra Andreeva, a suo modo, avalla sia le parole dello spagnolo che la loro inafferrabilità: “Guardo Carlos in TV e poi cerco di rifarlo”. Che è come prendere in mano un pennello e dire: guardo Pollock, Picasso, Dalí e cerco di rifarli.
È una questione certamente di tocco, ma anche di bravura nel mascherare le proprie intenzioni. Come ricorda il Guardian: “Bisogna fingere di preparare un colpo da fondo, e poi cambiare impugnatura all’ultimo istante per dare l’effetto backspin necessario a fermare la palla dopo il rimbalzo”. Alcaraz aggiunge la variabile – di nuovo vagamente eterea – del tempismo: “La cosa più importante è trovare il momento giusto. È molto meglio fare una palla corta mediocre nel momento perfetto che una palla corta bellissima nel momento sbagliato”.
Jabeur, tra le più talentuose del circuito femminile, capace di giocate controintuitive ai limiti delle leggi della fisica, trova come miglior complimento che le sia mai stato fatto la frase “non so che colpo sceglierai”, proprio perché la sua mano le permette soluzioni ad altre precluse. Lei, come Novak Djokovic, è tra i migliori interpreti della contropalla corta (una sorta di “gegenpressing” calcistico, ovvero: “Tu mi attacchi? E allora io non indietreggio, ma ti vengo addosso”), un equilibrismo che poggia su angoli impossibili, perdipiù giocato sul filo dei centimetri e dei millisecondi, in cui mano e mente diventano una cosa sola, un po’ come accade nei polpi, che hanno il cervello nei tentacoli.
Sono proprio le contropalle corte i colpi in grado di alzare ulteriormente volume ed eccitazione del pubblico, già caricato dalle palle corte, le cui parabole lente – quasi al rallentatore – sono perfette per alzare il climax. Resta da capire perché più la palla corta si allontana dal momento del servizio più viene recepita come un colpo magistrale, mentre usarla per battere è vista solo come una scorciatoia furba, un tirare un cazzotto a freddo prima ancora di iniziare a combattere.
E così torniamo, più o meno da dove avevamo iniziato, da Lendl, il numero 1 al mondo capace di vincere 8 Slam e una Davis, che però sarà sempre ricordato come il grande beffato dal servizio dal basso: “Qual è la differenza tra servire normalmente e poi fare una palla corta o farne una subito battendo da sotto? Io non la vedo”.
Forse per sdoganare definitivamente quel gesto basterà un interprete meno polarizzante, meno oscuro e più universalmente amato di Kyrgios. E che non lo tiri fuori in modalità panico, come Hingis a Parigi e Davidovich Fokina a Londra. Il contrario di quel che accadde con il claudicante e apparentemente spaesato Chang, che invece sapeva benissimo cosa stava facendo. Con quell’aria da ragazzino ingenuo e inesperto che pareva finito in qualcosa più grande di lui, l’americano è stato paradossalmente il più ingannatorio di tutti. Eppure l’abbiamo scagionato, rendendolo il Keyser Söze del tennis, il colpevole con l’aria innocente de I soliti sospetti che si dilegua alla fine del film dopo aver preso tutti per il naso. Non stupisce, a ripensarci, che non ci abbia mai più riprovato.
Roberto Scarcella è nato a Savona e vive in Svizzera, dove è responsabile esteri del quotidiano laRegione. Ha lavorato e scritto per Il Secolo XIX e per La Stampa. Giramondo con una predilezione per il Sudamerica, ha una rubrica di viaggi sul settimanale Ticino7 intitolata “Disavventure latine”. I suoi racconti e reportage sportivi sono pubblicati anche su Ultimo Uomo.
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Mi è sempre sfuggito il motivo per cui il servizio dal basso debba essere preso come una mancanza di rispetto, in fondo è solo un iniziare lo scambio con una palla corta.
Meglio il servizio da sotto che le sassate a 200 km/h.
poi c’è chi come me è costretto al servizio da basso perché ha il sovraspinato rotto e non riesce più ad alzare spalla sinistra senza provare dolore 😃