Le bottigliette di Nadal – Mezza Riga n. 22
Dai tic alle scaramanzie, fino alle manie ossessive: i rituali del tennista non sono solo abitudini, ma parte del gioco, della concentrazione e dello spettacolo che affascina e innervosisce tutti
Testo di Gianni Montieri
Illustrazione di Anna Parini
Ossessione, mania, tic, scaramanzia. Il rituale del tennista considerato inutile è diventato parte del gioco. E forse lo è sempre stato. Perché, se la concentrazione nel tennis è una componente del talento, quei rituali rientrano nelle doti del giocatore. Naomi Osaka, che entra in campo con quelle sue cuffie enormi ascoltando musica, in fondo sta pensando a una smorzata, oppure a niente, che è la stessa cosa. Innervosire l’avversario è parte del talento? La risposta è sì, anche questa volta. Nonostante quest’ultima variabile ci piaccia un po’ meno. Tutta l’energia che chi gioca risparmia, riducendo al massimo lo spreco, confluisce poi anche in queste abitudini apparentemente insensate, che hanno un loro ruolo, partecipano allo spettacolo per il quale paghiamo. Ci piace che queste cose avvengano, anche quando ci infastidiscono.
Nel tempo abbiamo imparato a riconoscere e poi finito per amare (o detestare) le ossessioni dei tennisti, i loro tic, le scaramanzie, i gesti ripetuti durante un cambio campo, prima di effettuare un servizio, prima di riceverne uno. Di Nadal volevamo vedere soltanto i passanti o anche misurare tutte le volte che si toccava maglia, canotta, spalla, naso, faccia, calzoncini, “testa spalla, testa spalla, baby one two three”, prima di servire; e – di conseguenza – misurare il fastidio o la perdita di concentrazione di chi gli stava di fronte? Per esempio, Federer, nei loro momenti d’oro, cercava di non guardare Nadal, i suoi tic lo innervosivano. Lo stesso Federer, però, al momento del ritiro di Nadal ha detto di aver amato perfino le sue ossessioni. Santa pazienza.

Partiamo proprio da Nadal: per le sue manie servirebbe un manuale a parte. I gesti ripetuti li ha estesi all’intero arco della partita, sia durante il gioco che nelle pause. L’allineamento delle bottigliette è quasi architettura, una performance d’arte contemporanea. A ogni cambio campo, le disponeva in diagonale, perfetta, con l’etichetta rivolta verso il rettangolo di gioco ed erano sempre due, una a temperatura ambiente e una fredda. Quante volte avremmo desiderato una variante o che se ne dimenticasse. Ma non è mai accaduto. Il rituale che compiva prima di ogni punto era una sorta di personale (ma poi collettivo) mistero della fede. Cominciava aggiustandosi la maglietta, sia spalla destra che sinistra; poi si toccava il naso, per poi passare allo spostamento dei capelli dietro all’orecchio sinistro. E non era ancora finita. Ritornava al naso e ancora i capelli, da sistemare, questa volta dietro l’orecchio destro. Proseguiva poi aggiustandosi i pantaloncini, ovvio che Federer non ne potesse più. Il rito di Nadal diventava ancora più lungo quando giocava sulla terra rossa, dove dava anche una pulita alla riga di fondo spazzolandola con la suola. Questo susseguirsi di gesti sempre uguali, meccanici, mi ha sempre fatto pensare a quando si contano le sillabe nella metrica della poesia, oppure i tempi musicali. Rafa era il poeta prima di scrivere un verso, un batterista prima di dettare il tempo alla band, un chitarrista che accorda lo strumento. Dopo tutto ciò, finalmente, passava alla racchetta e alla pallina. Che fatica, ma anche che spettacolo. Chi potrebbe affermare che le ossessioni di Nadal non abbiano fatto parte del gioco quanto un suo lungolinea?
Maria Sharapova è stata una sorta di Melvin Udall del campo da tennis (Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato). La sua fissazione, forse fobia, per non calpestare le righe tra un punto e l’altro è diventata celebre quanto i suoi colpi migliori. Metteva in scena anche un altro rituale, prima di servire: procedeva lentamente verso la linea di fondo, si aggiustava i capelli, si toccava il viso e cadeva in un istante di silenzio profondo; dopo il punto si voltava, spalle alla rete, per poi avviarsi verso il fondo e ricominciare. Come se fosse uno schema, una tattica, e non lo era?
Quando falliva la prima di servizio, Andy Murray se la prendeva con il polsino, poi faceva una strana smorfia con la mascella, a volte pareva esibirsi in un finto sbadiglio, altre era un leone con le fauci spalancate. Tic che nel suo caso sono sempre apparsi più trascurabili rispetto a quelli di Nadal, per dire. O l’insopportabilità di Djokovic nel far rimbalzare la pallina millemila volte prima di un servizio. “Il record – ha raccontato lui stesso – credo che sia stato in Coppa Davis nel 2007 con 38 o 39 rimbalzi”. Un tempo i rimbalzi pare fossero dispari, ora quella routine è un po’ rientrata, Nole è molto più concentrato sul mantenersi in piedi. Scherzi a parte, rispetto a lui, chi non ha mai pensato che i suoi infortuni (non sempre veri) (comunicati ad arte prima dell’inizio di un torneo) (o tra un match e l’altro) (o all’interno dello stesso match) non fossero che un altro tipo di ossessione, di azione reiterata utile a innervosire o distrarre l’avversario e a calmare o caricare lui stesso?
Uno poco ossessivo è stato Federer – e anche in questo pare somigliargli a tratti Alcaraz (forse l’insopportabile vamos è un tic?) –, che a parte l’aggiustarsi i capelli, non ha mai ostentato manie particolarmente visibili. Del resto, quando sei il migliore.
La mia ossessione preferita è quella di John McEnroe, e anche questa si manifestava prima del suo bellissimo servizio. Quasi si accarezzava la testa, prima con una mano poi con l’altra. Subito dopo – questo lo ricorderanno in molti – inarcava la schiena e poi muoveva la racchetta tre volte, dall’alto verso il basso. Poi spesso arrivava un ace o una prima vincente.
Chi altri? Roddick si sistemava, nell’ordine, cappellino, braccialetto e maglietta. Subito dopo, quasi sempre, perdeva da Federer. Serena Williams ancheggiava in attesa di ricevere un servizio. Kuznetsova, sempre in ricezione, compiva una giravolta su se stessa. Gasquet, come diversi altri, quando faceva punto si faceva dare dai raccattapalle la stessa pallina. Talmente tormentato da chiederla in maniera insistita a uno spettatore che l’aveva raccolta in tribuna dopo la fine di uno scambio. Lo spettatore non voleva saperne di ridarla, il tennista non voleva riprendere il gioco. La ebbe vinta lo spettatore, e Gasquet vinse comunque la partita. C’è poi un numero imprecisato di giocatori che prima di servire si fanno dare anche cinque palline. Isner si colpiva le gambe con la racchetta prima della battuta, i suoi momenti di maggior talento. Tsitsipas afferma di usare sempre lo stesso shampoo prima di un match, gli auguriamo di aver trovato una nuova marca per quest’anno. Tra i tennisti più forti di questo periodo, è noto – e corrisponde perfettamente al carattere – il rituale di Sinner prima del servizio, far rimbalzare la pallina sette volte per la prima, e cinque volte per la seconda. Dice che lo aiuta a concentrarsi e che lo calma, d’istinto a Sinner crediamo. E poi, in ricezione ha l’abitudine di soffiare sulla mano aperta dove poggia la racchetta. Berrettini sul fondo del manico. Musetti saltella tanto prima di ricevere, anche quello è un tic? Lo è la bestemmia?
Un rituale quasi nascosto, inconscio, che ha a che fare con la psicologia e che è stato scoperto e spiegato da un avversario, riguarda Boris Becker. E l’avversario era Agassi. Becker prima di servire metteva la lingua tra i denti: al centro per il servizio centrale, a sinistra per il servizio a uscire. Agassi ha spiegato di averlo studiato guardando tante videocassette, fino a capirlo e a indovinare come rispondere. Tempo dopo, a un Oktoberfest, Agassi confessò tutto a Becker che disse – più o meno – che l’americano gli aveva letto nella mente. Adoriamo l’ossessione inconscia.
Riannodiamo i fili, o le corde della racchetta, se preferite. La maggior parte delle partite che vediamo negli ultimi anni sono molto simili, quasi tutti i tennisti giocano alla stessa maniera, ne abbiamo anche già scritto qui su Mezza Riga, i punti davvero spettacolari sono pochi anche all’interno di partite combattute e oggettivamente belle; perciò, molto spesso finiamo per concentrarci su altro. L’asciugamano con il quale tergersi costantemente il sudore, gli scambi di occhiate e commenti tra il giocatore e i suoi allenatori, i pugnetti alzati per ogni santissimo punto e così via. Se ci va bene, una racchetta fracassata. Se siamo fortunati, incappiamo in una giornata no di Medvedev che per noi si trasforma in un momento divertente: insulti all’arbitro, monologhi verso il pubblico, racchette frantumate. Queste ossessioni sono diventate necessarie anche per noi che guardiamo? Oggi avremmo bisogno di qualcuno che si inventi un rituale alla Nadal prima di propinarci i suoi dieci colpi da fondocampo, tutti pressoché uguali. Avremmo bisogno di divertirci un po’.
Nell’attesa che si manifestino nuovi rituali tra i top 10, ci viene in soccorso Camilo Ugo Carabelli – tennista argentino, di cui non si ricorda alcun colpo particolare – al torneo ATP di Auckland di pochi giorni fa, durante un cambio campo: ha tirato fuori dalla borsa un paio di forbici e ha cominciato a tagliarsi i capelli. Una punta, poi ha provato a sistemarli con le mani, e poi qualche altro colpo. Prima del taglio stava vincendo 3-2, poi ha perso 6-4, 6-2. Non vogliamo insinuare niente, soltanto sottolineare che – con ogni probabilità – Carabelli, pur numero 47 del mondo tra i tennisti (ma molto più in alto nella classifica dei barbieri), difficilmente in campo riuscirà a regalarci un momento più spettacolare del taglio del ciuffo. Quel momento si candida a diventare uno dei più scenografici, forse belli, della stagione tennistica, destinato a essere ricordato quanto un rovescio di Musetti. Il pubblico di Auckland si è divertito più per la sforbiciata di 90 secondi o per un qualunque diritto di Carabelli o del suo avversario? E Carabelli giocherà di lunedì o ha chiesto di essere esentato perché è giorno di chiusura? Non sapevamo chi fosse Carabelli ma da qui in avanti daremo una sbirciata alle sue partite, per assistere a un nuovo taglio, corto come una smorzata di Alcaraz, sfumato come un passante di Sinner che va a morire all’incrocio delle righe. Insomma, siamo fregati.
Anche quest’anno proveremo fastidio di fronte ai tennisti che si perdono in rituali apparentemente inutili. Eppure, quasi senza accorgercene, finiremo per desiderare proprio quei gesti ripetitivi. Perché da appassionati conosciamo le regole del gioco, ma conosciamo anche la nostra scarsa rigidità.
Accetteremo l’ennesimo passaggio sul viso dell’asciugamano, perché sappiamo – o speriamo – che sarà il preludio a un dritto incrociato, a un lob, a un drop shot.
Oppure non capiremo nulla di tutto questo. E andrà bene lo stesso.
Gianni Montieri è nato a Giugliano, in provincia di Napoli. Scrive di letteratura e di sport per varie testate. Il suo libro di poesia più recente è Ampi margini (Liberaria). L’ultimo di sport è Il Napoli è la terza stagione (66thand2nd). Vive a Venezia.
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