La fine della scuola – Mezza Riga n. 37
Ogni superficie formava un tennista diverso, con la sua tradizione e i suoi maestri. Oggi, ai quattro angoli del mondo, si studia una materia sola
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Testo di Federico Ferrero
Illustrazione di Kato Trofimova
Chi è nato sufficientemente in là per averne vista qualcuna, ma non così tante da ricordare i giorni in cui il binario della vita era scandito da tappe fisse di un piano inclinato (diploma, plurime offerte di lavoro fisso, acquisto casa, pensione retributiva a cinquantacinque anni), si è sentito ripetere come un mantra che non era più il momento di “farsi una posizione” e basta, ma di specializzarsi.
Si farà tutto con i computer, le macchine vi scacceranno dai posti di lavoro e, all’orizzonte, si staglia minacciosa questa roba nuova, Internet (sì, Internet dei primordi era in maiuscolo, declinata spesso al femminile e talora con l’articolo davanti: l’Internet). Incombono gli schermi e la cibernetica, dilaga il mondo digitale e voi non potrete accontentarvi di un curriculum generico, se covate qualche ambizione al di là della scrivania in ufficio – ché, pure quella, chissà quanto durerà, prima di essere sostituita da un chip. Dovete spe-cia-liz-zar-vi. Essere speciali, insomma, non ordinari: saper fare qualcosa in più e meglio della massa. La specializzazione, del resto, è atterrata pure nelle stantie regole universitarie non per caso proprio una ventina d’anni fa: è da allora che esiste la laurea triennale e poi “quasi quasi mi faccio la specialistica”, che poi significa approfondire il ciclo di studi e dotarsi di una valigetta più attrezzata e appetibile per le aziende.

In quei tempi, nello sport del nostro cuore, stava capitando l’opposto e noialtri non lo sapevamo. Fino agli anni Novanta, il calendario dell’appassionato si reggeva su alcune rassicuranti certezze: un americano avrebbe vinto almeno uno Slam, uno spagnolo avrebbe trionfato in tanti tornei sulla terra, Giampiero Galeazzi ci avrebbe tenuto compagnia nelle dirette-fiume dal Foro Italico ansimando nel microfono, Agassi avrebbe cambiato colore di capelli o tinta fluo di scaldamuscoli e poi, sì, i rari tennisti italiani sarebbero tornati a casa mestamente entro pochi giorni dall’inizio di Wimbledon. C’erano le mezze stagioni e pure le stagioni: vedere Thomas Muster sull’erba costituiva fatto raro – per la gioia dei custodi di Wimbledon e pure dei nostri occhi. Secondo Marcelo Rios, numero uno del mondo, l’erba era una cosa che “va bene per le mucche o per giocare a calcio”; difatti, l’unico anno in cui ci provò semi-seriamente fu preso per il naso da un Boris Becker in fase calante e, da quella volta in poi, praticamente non si fece più vedere. La primavera europea portava con sé il rifiorire degli arrotatori molesti, giocatori di cuore, polmoni e topspin che soltanto su un rettangolo arancione potevano rischiare di venire filmati da una tivù – Carlos Costa, poi manager di Nadal, Alberto Berasategui, uno che giocava il dritto con l’impugnatura del rovescio e ci fece una finale al Roland Garros, con quel colpaccio da geniale dopolavorista, o ancora Jordi “Medalla” Arrese, argento a Barcellona 1992, paucis verbis un pallettaro indemoniato.
Ecco: al sorgere dell’estate, quella truppa di portatori (in)sani di “Vamos!” si ritirava a giocare dove ancora si offrivano polvere, sudore e fiato corto, mentre il tennis transumava a nord-ovest, sui campi verdi. Alcuni big trovavano del tutto naturale non andarci proprio, a Church Road: l’ex numero uno del mondo Carlos Moya disertò la trasferta dopo sconfitte poco commendevoli, fino a quando non accadde qualcosa che racconteremo tra poco. Lassù capitavano eventi imponderabili ma accettati come prassi, oggi difficilmente spiegabili a chi non ha mai messo l’articolo davanti a “Internet”. Come vedere il signor Andrew Foster, un tizio a malapena entrato nei primi duecento al mondo, ricevere una wild card in quanto tennista e britannico, battere gente destinata a grandi traguardi – vedi l’attuale coach di Berrettini, Thomas Enqvist – e poi, sconfitto negli ottavi di finale, tornare ai gironi infernali dei torneini locali fino all’anno successivo. Oppure Carneade Chris Bailey, uno che a Wimbledon ebbe match point per battere Ivanisevic (quel mattacchione glielo cancellò con un ace di seconda). O il maestro di tennis Nick Brown, numero 591 del mondo, che Ivanisevic lo batté per davvero, nel 1991.
Le superfici non erano semplicemente diverse: producevano tennisti pensati diversamente, atleti dal DNA non modificabile. Sorgevano e tramontavano campioni immensi con un vuoto nel palmarès che raccontava un limite tecnico e culturale: Boris Becker e Stefan Edberg non conquistarono mai il Roland Garros, sebbene lo svedese abbia avuto la sua chance a Parigi contro Michael Chang nel 1989; Ivan Lendl inseguì inutilmente, per un’intera carriera, Wimbledon; in età avanzata provò – ecco – a specializzarsi, ingaggiando un maestro dell’erba come Tony Roche, ma era troppo tardi e rimase sempre a guardare gli altri trionfare di domenica. Vincere dappertutto era l’eccezione, non la regola. Difatti, in quei decenni solo ad Andre Agassi riuscì di fare centro ai quattro angoli del tennis, il career Slam che poi Federer, Nadal e Djokovic fecero passare pressoché per ordinario, e che già Carlos Alcaraz ha ottenuto - mentre a Sinner si è messo di mezzo il destino a Parigi ma, oltreché non calzante qui, è un discorso solamente rimandato.
Negli ultimi vent’anni il tennis ha progressivamente cancellato le frontiere, limato le diversità e, come conseguenza forse non appieno considerata, disincentivato la specializzazione. Motivo? Per un verso, proliferavano i cosiddetti bombardieri delle superfici veloci (Marc Rosset, Richard Krajicek, Greg Rusedski, Mark Philippoussis) e si temeva che il tennis potesse trasformarsi in un mesto e asettico tiro al piccione. La finale di Parigi Bercy 1993, stravinta da Ivanisevic con una pioggia di ace sul povero Medvedev (Andrei, ucraino, non parente) viene tuttora considerata l’inizio della fine del tennis per superfici: il pubblico, anziché applaudire, prese a fischiare Goran.
Per giunta, i proprietari dei tornei detestavano assistere allo spopolamento dei loro campioni nei primi turni: tra jet lag, ingaggi sottobanco e superstar demotivate quando lontane dal loro terreno di caccia, troppo spesso i tabelloni si spalancavano a favore di giocatori misconosciuti. Perché, allora, non aiutare le superstar a riproporre lo stesso spettacolo dappertutto, da Melbourne a Parigi, transitando per Londra e poi New York, spingendo la vendita dei biglietti e gli ascolti televisivi?
Nel mentre, una poco prevedibile evoluzione tecnica ha spinto il tennis verso una riproposizione, benché in chiave ultra-aggressiva e potente, di un gioco stipato dietro la riga di fondo e difensivista. Si temeva l’arrivo di superuomini che avrebbero reso questo sport una sparatoria da un colpo e via, invece è accaduto l’opposto: il pallettaro di ieri si è fatto il giocatore che picchia da fondocampo, il modello di tennista vincente è più bravo in risposta che non al servizio, può permettersi di non conoscere le basi della volée ma non di mancare in uno dei due fondamentali di rimbalzo. E così, dagli anni Duemila, la disciplina che fu a un tempo di Borg e di McEnroe, l’alfa e l’omega dell’interpretazione del tennis, si è fatta sempre più rapida ma anche ossuta; non servizio e volée - o servizio e basta - ma, al contrario, un tennis di scambi violenti che funziona dappertutto: sul cemento australiano, nel frattempo diventato molto più giocabile rispetto al Rebound Ace del passato; sulla terra non più paludosa; sul duro di Flushing Meadows (una superficie rugosa, che rallenta la palla dopo il rimbalzo); e, incredibile a dirsi, pure sulla sacra erba dell’All England Club. La quale, nel 2002 fu oggetto di un intervento dalle conseguenze deflagranti, passato per anni sotto silenzio.
La genesi di quella manipolazione genetica la raccontò Eddie Seaward, capo giardiniere dei tempi, il quale offrì ingenuamente al cronista straniero che lo intervistava da remoto - ero io - precise indicazioni sullo studio commissionato per decidere la nuova composizione dei prati: cento per cento loietto perenne, niente più mix con la creeping red fescue, semina più fitta, taglio più alto. Risultato: una spazzola dura, sulla quale la palla potesse rimbalzare più o meno come sugli altri terreni. Era l’embrione del progetto della monosuperficie tennistica. Sul verde di oggi, per intenderci, Ivan Lendl non avrebbe mai e poi mai terminato la carriera col rimpianto di non aver mai violato il Tempio. Nadal e Djokovic, in anni più vicini ai nostri, si sono sfiancati di palleggi a Melbourne, come a Parigi, come a Wimbledon, come a New York. Quattro città, quattro terreni, quattro Slam, fusi orari che più distanti non si può, eppure un solo gioco: più o meno, sempre quello.
A voler trattare il tennis alla stregua di un prodotto in vendita (e lo è, benché noi si finga di scorgerne solo il tratto culturale e artistico) si può concludere che, tutto sommato, vada meglio così: il grande pubblico, che si appassiona ai talk show in cui gli stessi personaggi ripetono le medesime, rincuoranti liti che rinsaldano le idee di chi li ascolta – il sindacalista chiede gli aumenti, l’imprenditore competitività, il politico promette entrambe le cose –, è famelico di iterazione. Vorrebbe che fosse sempre domenica, Natale ogni settimana e giocassero sempre Sampras e Agassi, Federer e Nadal, Sinner e Alcaraz. Ovunque, da gennaio a novembre, e pure nel fuori stagione a contendersi qualche milione in un’esibizione araba, sempre loro. Come il terzo Avatar, il quinto Predator, il quarto John Wick, la ventiduesima stagione di Grey’s Anatomy.
Nessun coach assennato consiglierebbe al suo allievo di lavorare per diventare un bravo tennista da terra battuta: anzitutto, perché la gran parte dei punti si ottiene sul cemento e poi, a parte scivolate e altri dettagli, non esistono più colpi da rosso, da verde, da blu, ma colpi quattro stagioni. Estinte le superfici ultraveloci dei palazzetti europei, non c’è quasi traccia del serve&volley, se non come carta a sorpresa da giocarsi con parsimonia: forse arriverà un giorno qualcuno che chiederà, in un grottesco ribaltamento della storia, se colpire la palla al volo dopo il servizio sia lecito, oppure no. Nel 1877, Spencer Gore aveva vinto così il primo Wimbledon, correndo verso rete per anticipare il rimbalzo, tra lo stupore degli astanti.
Atterrati nella contemporaneità, ci accorgiamo di altri cambiamenti climatici del tennis: la Svezia è scomparsa dal vertice, dopo averne dettato parte delle regole da Borg in avanti; i dispotici Stati Uniti non esercitano più il monopolio tecnico ed economico del gioco, così come potrebbe accadere nell’economia, nonostante i proclami in senso contrario del loro bizzarro presidente. L’Australia non custodisce più il fuoco del dio racchetta e mendica campioncini importati da altri continenti e poi, vivaddio!, l’Italia non è più il paese dei pedalatori coi calzini sporchi di mattone. Il tennis ha abolito le disparità senza, però, curarsi degli effetti nefasti: non ultimo il fatto che questi superatleti, spremuti settimana dopo settimana senza soluzione di continuità, si rompono con una frequenza preoccupante. Hai un bell’allungare le carriere fino a quarant’anni, ma se dieci li hai spesi nel centro di recupero tra un tendine rotto, una spalla smontata e un ginocchio frantumato…
Dopodiché era nel cozzare degli stili che si accendeva la miccia dello spettacolo più autentico e memorabile di una disciplina tanto varia e nobile. Ora abbiamo un menu standard: curato dai nutrizionisti, bilanciato, scientificamente avanzatissimo. Gustoso e splendidamente impiattato. Ma resta quello. Specializzato ha la radice di “speziale”, a sua volta attinta da “specie” e, chi c’era, rammenta che allora esistevano altre ricette, altre cotture, altri gusti. Non la solita, lussuosissima e ricercatissima minestra che pare soddisfare gli appetiti di tutti. Se provi a raccontarlo oggi, ben che ti vada, ti danno del boomer.
Dal 2011, Wimbledon è stata la porta d’ingresso di Lavazza nel mondo del tennis, l’incontro tra due eccellenze senza tempo.
Sul palcoscenico più prestigioso del tennis mondiale, il rito del caffè si intreccia con quello della tradizione sportiva: un legame che guarda al futuro, rinnovato fino al 2030.
Federico Ferrero fa principalmente telecronache su Sky e ha fondato GonzoTennis su YouTube. Ha scritto qualche libro, conosce a memoria il caso Kennedy e seguiva il tennis quando non lo guardava nessuno.
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Gustoso articolo per me che sono Boomer 👏
C’e un reel di SportsBall uscito pochi giorni fa in cui, con il loro bellissimo stile, vengono illustrati (a mano) e narrati alcuni dati relativi al tennis sulle diverse superfici. Un passaggio in particolare mi ha colpito molto. Poco dopo l’inizio il narratore dice: “Immaginate se il campionato NBA si giocasse prima sul parquet, poi per un po’ sulla sabbia, poi per poche settimane sulla moquette, e poi di nuovo sul parquet, e se su ognuna di queste superfici il basket diventasse praticamente uno sport diverso. Ecco, nel tennis succede questo”. Come esseri umani siamo penso un po’ tutti restii al cambiamento. Specialmente quando i nostri eroi sono ancora qui tra noi e talvolta ci seducono col pensiero di un loro (folle) ritorno nel tour. Ma anche a me seduce l’efficienza, la funzionalità di un giocatore, la capacità di adattamento, la resistenza all’usura, che poi è qualcosa con cui tutti noi dobbiamo fare i conti, anche fuori dal campo e nella vita di tutti i giorni. Quindi perché dovremmo guardare il tennis? Purtroppo perché forse il tennis, con tutti i suoi difetti vecchi e nuovi, ci piace ancora. A noi e anche a quel ragazzo che l’altra sera era rimasto da solo nel royal box a guardare l’ultima partita. Mi sa che le chiavi dell’AELTC per chiudere a fine giornata ce l’aveva lui.