Noi e Roger Federer – Mezza Riga n. 36
La sua epoca è stata un’utopia durata vent’anni. Il Maestro è stato un dio fatto anche delle nostre paure, dei nostri timori, perché solo così si può esprimere la bellezza
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Lavazza.
Testo di Marco Imarisio
Illustrazione di Livia Giorgina Carpineto
Noi e Roger Federer. Come è difficile scriverne. Potrebbe venire in aiuto il calendario, in fondo sono pur sempre venticinque anni dall’epifania. Era il 2 luglio del 2001, ottavi di finale, e sul Centrale di Wimbledon avvenne un passaggio di consegne, anche se ancora non lo sapevamo. Tre ore e quaranta minuti di un tennis che oggi è inimmaginabile. Sul 5-6 del quinto set, 15-40, Pete Sampras si gioca l’ultimo punto con il suo marchio di fabbrica, il servizio a uscire da destra. Una cannonata. Ma quel ragazzo svizzero, con quei passi leggeri, taglia il campo, risponde in scioltezza di dritto, sembrava che sapesse da sempre dove avrebbe tirato il suo avversario, il suo idolo. Fu quel giorno che Roger diventò Federer. Fu allora che cominciò il tennis più bello della nostra vita.

È stata un’utopia durata vent’anni. Lo abbiamo amato così tanto perché ci sembrava l’inconsapevole difensore di un valore che si andava perdendo, intorno al quale costruire un bastione dove resistere alle scosse del tempo, all’avanzata dell’inesorabile modernità. Federer ci ha sempre ricordato di cosa potremmo essere capaci, e quanto avremmo potuto essere splendidi, se solo l’avessimo voluto. Adesso che i suoi highlights sono il ricordo non di un’epoca, ma di un unicorno improbabile contrapposto alla miseria balistica di oggi, diventa ancora più chiaro perché nell’esercizio della memoria emergano di più le sconfitte delle vittorie. Perché nell’incarnare il concetto di bellezza in uno sport che si avviava di gran corsa a perderlo, nell’inverarsi della figura del campione che con i suoi gesti neoclassici e leggeri si impegna in una lotta vana contro il divenire di gioco sempre più muscolare e taurino, Roger Federer non ha potuto evitare la sua e la nostra umanità. È stato un dio fatto anche delle nostre paure, dei nostri timori, perché solo così si può esprimere la bellezza.
Nessuno ha mai più vinto in quel modo, nessuno ha mai perso così tanto. Le due cose stanno insieme, hanno un senso nel loro legame. Il dolore e l’incapacità che generavano le sue sconfitte, erano legate a un inconscio rifiuto dell’addio alla presenza dell’arte nella nostra vita, e della bellezza, che in fondo sono entrambe le principali manifestazioni dell’eterno, di qualcosa che sopravviverà anche a noi. Le sconfitte di Federer sono una ferita al creato, ha scritto qualcuno. Quando Federer perdeva, sempre battuto da armi diverse dalle sue, era anche un colpo inferto a una certa idea dell’arte e della vita. Era un Davide, spesso umano nell’esibire le proprie debolezze, che viene sottomesso da Golia o da qualche altro Dio della guerra. Il Maestro è stato un atleta fuori dal tempo, che quasi senza saperlo cercava di fermare a colpi di fioretto un progresso ormai lontano anni luce dalle radici di questo sport.
Nel 2014, il mio giornale mi spedì per la prima volta a Wimbledon. Ci ero già stato nel 2012, per le Olimpiadi, ma quella non conta. Fu un’edizione intensa, coronata da una finale strepitosa, una delle partite più sottovalutate nella storia recente del tennis. Roger disse “see you next year”, ci vediamo l’anno prossimo, e lo fece con le lacrime che gli solcavano il viso, con l’espressione affranta di chi aveva perso senza meritarlo, contro un Nole Djokovic che aveva dovuto piegare la volontà di un Federer commovente e il desiderio di un pubblico che per amore del campione svizzero si era mostrato molto poco british. Lo so, è una scena che si ripeterà in maniera ancora più drammatica cinque anni dopo, ma non sono certo di voler disotterrare il ricordo più doloroso, la fine di un viaggio lungo e irripetibile. Alla fine di quel match di dodici anni fa, cadde un acquazzone salvifico, a ripulire ogni cosa. Camminando verso l’uscita per i viali ormai deserti e resi lucidi dalla pioggia del Vaticano del tennis, aggiunsi una postilla alla cronaca che avevo inviato al giornale, e che mi è spesso tornata in mente pensando a Roger, quindi scusate l’autocitazione:
E allora, cos’è questa malinconia che sembra avvolgere Wimbledon, gli steward cortesi, gli addetti ai lavori? Niente, non è niente. È solo che sappiamo tutti che manca poco, ancora qualche bagliore e poi non lo vedremo più, mentre invece sarà anche un pensiero egoista, ma vorremmo tanto che Roger Federer non finisse mai.
È questa sensazione di rimpianto che a mio avviso ha sempre accompagnato Roger. La dominazione 2003-2006, esaltata da David Foster Wallace, in fondo è stata la parte più breve della storia. La sua prima fase si conclude l’11 giugno 2006, al Roland Garros. Ha puntato tutta la preparazione sulle due settimane parigine. Deve per forza vincere lo Slam sulla terra rossa, l’unico che ancora gli manca. E gioca di conseguenza, lasciando per strada solo un set, perso per distrazione, nei quarti contro il cileno Nicolas Massu. Ma dall’altra parte c’è Rafael Nadal, che pure ha fatto molta più fatica per arrivarci, tormentato com’è dall’insorgere della malattia al piede che segnerà il suo successivo percorso di sofferenza. Roger è il favorito. Dopo il primo set sembra avere la partita in mano. La reazione dello spagnolo è rabbiosa. Spinge Federer due metri oltre la linea di fondo, lo batte vincendo un quarto set stupendo. Niente da fare. È in quel momento che si compie il suo destino. Perché contro un giocatore che rappresenta il suo contrario e la sua nemesi, a molti appare chiaro che quella di Roger contro la modernità e i gesti consentiti dalle padelle supersoniche sarà una lotta sempre più vana.

La sconfitta che stabilisce in modo definitivo l’arrivo di un nuovo ordine mondiale segnato dalla forza e dalla riproducibilità dei gesti arriva due anni più tardi. Dopo il massacro subito a Parigi, un 6-1, 6-3, 6-0 che rimarrà come il risultato più squilibrato della loro lunga rivalità, Roger perde a Wimbledon una delle più belle finali della storia di questo sport. I primi due set sono la dimostrazione di come Federer abbia interiorizzato ormai il “complesso Nadal”, gli ultimi tre set una battaglia selvaggia ed estenuante. Comprese le interruzioni per la pioggia, il match del secolo dura 7 ore e 45 minuti. Poi arriverà anche Novak Djokovic, in assoluto il campione che ha tolto di più a Roger. Gli altri sei Slam che seguono hanno l’aspetto di una ribellione appena accennata, di una incursione furtiva nel campo ormai di proprietà altrui.
Il rifiuto sempre più doloroso delle sue sconfitte non era più che il tentativo di cullarsi in una stagione infinita, stava diventando un assolutorio concetto di estetica, il miraggio sempre più lontano di un altro tennis possibile. Ma nel 2017, l’utopia ritrova la sua terraferma. Roger rientra nel circuito, dopo molti mesi di stop per sistemare il ginocchio, fra l’estate del 2016 e gli Australian Open successivi. E torna armato di una fede nuova, non più forte solo di estemporanee trovate come il colpo Sabr, l’attacco da serpente sulla risposta avversaria, che testimoniavano soltanto l’impotenza rispetto al tempo che passava, ma di una consapevolezza diversa. Aveva trentacinque anni, e sapeva solo che negli ultimi sei aveva vinto un solo Slam e raccolto una manciata di finali perse contro quegli altri due. Non fu solo per via degli aggiustamenti tattici che gli impose l’amico divenuto coach Ivan Ljubicic, e neppure per merito della racchetta nuova sulla quale molto si vagheggiò.
Roger aveva una luce diversa negli occhi, una voglia di rivincita alimentata dalla convinzione che per sconfiggere gli avversari e i suoi demoni non doveva seguirli, ma insistere su quello che era giusto, sui suoi gesti desueti, solo rendendoli più estremi, una scommessa che se fosse stata vinta avrebbe generato maggiore forza. Per oltre un anno, giocò un tennis mai visto, di difficoltà inimmaginabile, che pure sembrava semplice, ma questo è sempre stato il suo incantesimo. Abbreviava in avanti scambi che lo spingevano indietro, anticipava tutto, il gesto, l’impatto, il rimbalzo, come fosse su un tavolo di ping pong, e quello forse fu il suo periodo più poetico in senso stretto, perché attraverso la sottrazione riuscì a raggiungere nuovamente significati e traguardi che si pensavano ormai perduti.
Raccolse tutto quello che poteva, un indimenticabile Australian Open battendo in finale Nadal, l’ottavo Wimbledon tanto agognato, un altro Slam a Melbourne. Tutto finì con quei due match point mancati, con lo sguardo pieno di lacrime rivolto al giudice di sedia mentre gli stringeva la mano, in una sequenza così definitiva, così irreparabile. Ma in fondo, poco importa, ed è una frase che non scrivo a cuor leggero perché quel Wimbledon 2019 fu l’evento sportivo più crudele al quale mi sia mai capitato di assistere: Roger aveva vinto comunque, anche nel crepuscolo della sua carriera, era stato ancora una volta capace di reinventarsi, di creare qualcosa che prima non c’era. E che forse non rivedremo mai più. Poco importa se è il GOAT o solo il più bello di sempre. Roger è stato un Icaro che ha volato senza mai bruciarsi, un Dio umano che fu capace di perdere ventidue partite con match point a favore, dimostrando che anche con le nostre paure, con i nostri timori di non farcela, si può sognare una forma diversa di vita, non solo sportiva. Ci è stato difficile, anzi insopportabile, averlo visto piegarsi e sottomettersi a esercizi più muscolari. Ma abbiamo avuto la nostra ricompensa. Gli altri due sono stati grandi per quello che hanno vinto, Roger lo è stato ancora di più per quello che ci ha fatto vivere, ha lasciato una impronta di bellezza su questo pianeta. Avremo sempre Parigi (e anche Wimbledon). Abbiamo ascoltato i Beatles. Abbiamo visto Roger Federer.
Dal 2011, Wimbledon è stata la porta d’ingresso di Lavazza nel mondo del tennis, l’incontro tra due eccellenze senza tempo.
Sul palcoscenico più prestigioso del tennis mondiale, il rito del caffè si intreccia con quello della tradizione sportiva: un legame che guarda al futuro, rinnovato fino al 2030.
Marco Imarisio, nato a Milano nel 1967, è inviato del Corriere della Sera.
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