Quasi sempre soli – Mezza Riga n. 25
Un tempo ero il n.1 d’Irlanda e per anni ho provato a scalare il ranking mondiale. Ma la vita in fondo alla classifica può essere brutale. Finché un giorno ho soltanto smesso di presentarmi ai tornei
Quando dedichi la tua intera giovinezza e adolescenza a uno sport, perdendoti feste con gli amici, amori, momenti di noia e poi non sfondi, cosa succede? Il numero di oggi di Mezza Riga ritorna, in modo completamente diverso, su una questione che avevamo affrontato – la vita difficile e squattrinata dei professionisti che non arrivano nella Top 100 – ma dal punto di vista di uno di loro. Conor Niland non ce l’ha mai fatta, ma nel frattempo ha studiato letteratura, è diventato capitano irlandese della squadra di Davis e ha deciso di scrivere un libro The Racket, che Mondadori ha recentemente pubblicato in italiano con il titolo Quasi farcela.
Immaginate di iniziare a giocare presto, prestissimo. Vale per molti di coloro che oggi celebriamo in campo. Immaginate di esservi allenati continuamente e ossessivamente, di aver giocato tornei in ogni parte del mondo pagandovi l’aereo, l’albergo, l’allenatore, il cibo per 5000 euro (quando va bene) in caso di vittoria. E immaginate, dopo tutto questo, di non riuscire nemmeno a sfiorare la cima. Avevamo adocchiato questo libro qualche tempo fa, poi è arrivata la traduzione. Eccone un estratto.
Testo di Conor Niland
Una carriera tennistica professionale si basa in definitiva su una scommessa terrificante: ogni giocatore di successo pregiudica tutta la propria infanzia per raggiungerlo, ma lo stesso vale anche per chi non ce la fa. A volte non è colpa di nessuno se non si arriva al successo.
Durante l’anno scolastico, ogni venerdì sera atterravamo in piccoli aeroporti inglesi da cui mamma o papà partivano con la più economica e minuscola utilitaria dal cambio manuale che si potesse noleggiare e guidavano nelle sere invernali per accompagnarmi a eventi di due giorni chiamati Adidas Challenges, che si tenevano a Coventry, Wigan, Bolton e altrove. Quando al controllo passaporti ci chiedevano se il viaggio fosse per lavoro o turismo, papà mi faceva l’occhiolino e diceva: “Siamo qui per lavoro”.
Amavo il tennis. Dai cinque agli undici anni non ne avevo mai abbastanza, e viaggiare non mi dispiaceva più di tanto. Ma, come ogni altro aspirante tennista, ero costretto a crescere mentre la mia carriera quasi professionistica si mangiava tutte le mie serate, i fine settimana e le amicizie. Le gite allo zoo, le giornate in spiaggia e il parco giochi non miglioravano il mio tennis, quindi non erano contemplati. Sono cresciuto a due porte di distanza da Eoin Reddan, che in seguito è entrato nella nazionale di rugby irlandese. Lui ha iniziato a giocare quando aveva già dodici anni, età in cui io macinavo vittorie in Irlanda e nel Regno Unito da diversi anni. A tredici si allenava due sere alla settimana e ogni tanto giocava una partita nel weekend. Rispetto a me sembrava libero come l’aria.
In teoria scalare il ranking è facile: basta vincere gli incontri dei tornei professionistici, incassare punti validi per la classifica mondiale, salire più velocemente di tutti gli altri. I punti che si guadagnano valgono per un anno esatto, quindi non ci si può fermare. Nei tornei minori tutti fanno la stessa cosa: viaggiano da una parte all’altra del mondo cercando di guadagnare punti per il ranking in modo da raggiungere l’élite nell’ATP Tour, dove – se sei abbastanza bravo e fortunato – magari trovi qualcuno che ti paga i voli. Quando giochi nei tornei Futures e Challenger Tour, tutto è a tuo carico: viaggi, allenamenti, vitto e alloggio. Un giovane tennista ben pubblicizzato può essere ammesso con una wild card agli eventi Futures che si tengono nel suo Paese, o magari si iscrive alle qualificazioni grazie a una lettera della propria federazione che ne attesta il ranking nazionale. E così entra nel meccanismo tennistico dell’“o la va o la spacca”.
Nella mia carriera ci sono state partite in cui mi sembrava che la posta in gioco non fosse solo la qualificazione, ma addirittura la mia identità. Comprendevo anche quanto fosse squilibrata l’equazione, e lo dicevo al mio compagno di doppio a Berkeley, Pat Briaud: “Pat, gioco a tennis tutti i giorni fin da quando ero bambino e adesso mi alleno due volte al giorno: e tutto per avere la possibilità di guadagnarmi un posto al sole”. Per quanto tempo avrei continuato? Avrei proseguito per anni, se in cambio avessi potuto ottenere qualche ora di gloria.
Avevo già un’idea abbastanza precisa dell’impresa che mi aspettava. Mentre ero nel circuito professionistico, prima di tornare a Berkeley per cercare di vincere il campionato NCAA del 2006, ho trascorso tutto il mese di settembre 2005 – compreso il giorno del mio ventiquattresimo compleanno – da solo in Svizzera, a giocare uno dopo l’altro quattro tornei Futures della durata di una settimana. Ho vinto gli ultimi due non appena sono riuscito a adattarmi alla terra rossa dei campi outdoor sulle rive del lago di Ginevra, e solo dopo aver capito che occorrevano scarpe con suole speciali appositamente progettate per quella superficie. In Irlanda non esistono campi in terra rossa, quindi non c’è mercato per quel tipo di scarpe.
Alla fine delle quattro settimane mi si è avvicinato un bravo tennista italiano – Simone Vagnozzi, che oggi allena Jannik Sinner – e mi ha chiesto perché fossi “solo il numero 900” del mondo. “Sto ancora andando al college negli Stati Uniti” gli ho risposto. Ho lottato e vinto in tre set contro Robin Roshardt, un diciassettenne svizzero con la faccia da bambino che aveva appena conquistato l’Orange Bowl. I migliori Under 18 del mondo sembravano ragazzini, ma giocavano da uomini.
Dopo aver trascorso tanto tempo da solo in Svizzera, dove avevo giocato venti partite e vinto due trofei, ero pronto a godermi un po’ di riposo. Tuttavia, non immaginando che la Svizzera sarebbe stata così faticosa, mi ero già iscritto a un torneo a Edimburgo, il nono in dieci settimane. Ho pensato di prendermi una pausa, così ho telefonato a mia madre dall’aeroporto di Ginevra per dirle che ero stanco, quindi avrei saltato Edimburgo e sarei tornato a casa. Lei, però, non era affatto d’accordo. “Questo adesso è il tuo lavoro, Conor” mi ha detto. “Non puoi semplicemente evitare di presentarti solo perché sei stanco”.
Nella testa mi riecheggiavano le parole di Pat Briaud: “I tuoi genitori non scherzano per niente”. Perciò mi sono presentato e sono arrivato alla semifinale, che ho perso dopo una combattutissima partita di due ore e mezzo contro il britannico Jamie Baker. Era il mio ventiquattresimo match in cinque settimane. Esausto, ho ritirato il premio in denaro: 480 dollari, al lordo del 20 per cento di tasse. “Questo adesso è il tuo lavoro, Conor”.
Tutti i tennisti seri, dalle star come Agassi ai giocatori universitari com’ero io all’epoca, devono fare i conti con l’isolamento. Per chi si sente a proprio agio in questa situazione il tennis professionistico può essere un rifugio: trovi riparo dietro la porta chiusa della camera d’albergo, nel metterti le cuffie in un aeroporto lontano, ma soprattutto nelle linee bianche del campo. Il lato negativo è che spesso anche le vittorie te le godi da solo. Quando ti togli le cuffie, il più delle volte non c’è nessuno con cui parlare, e anche se c’è probabilmente non parla la tua stessa lingua. Eravamo una strana combriccola: condividevamo campi, mense e allenatori in giro per il mondo, ma alla fine eravamo soli.
Se Agassi si sentiva solo ma non lo era mai, i tennisti dei Futures lo sono davvero. Mentre i primi 100 si incontrano ripetutamente ogni anno agli stessi eventi, ai livelli inferiori non ci si vede neanche lontanamente con la stessa frequenza. Ogni settimana i professionisti al top hanno a disposizione uno o due tornei in tutto il mondo, mentre ci sono quattro o cinque eventi Challenger e dieci-dodici Futures. Quando i giocatori si salutano, di solito si dicono: “Ci vediamo da qualche parte”.
La solitudine dei miei primi anni nel circuito Futures era spesso opprimente e rendeva il tempo trascorso senza giocare più difficile del tennis stesso. Bisogna salvaguardare le energie, e io ero ossessionato dall’idea che per recuperare fosse necessario il riposo. Dopo un match di tre set avevo sempre dolori in tutto il corpo, quindi dovevo imparare a far passare il tempo. Nei giorni liberi non andavo quasi mai a visitare la città in cui mi trovavo, sia per conservare le forze sia perché non avevo nessuno con cui farlo. Inoltre in molte cittadine sperdute che ospitavano gli eventi Futures non c’era proprio niente da vedere.
Alcuni tennisti uscivano a fare baldoria nei dintorni, il che mi è sempre sembrato una stupidaggine: perché tirare la cinghia per i viaggi in classe economica, gli allenamenti e le spese per poi andare a bere in un angolo di mondo remoto e isolato? Ovviamente l’alcol limitava la performance, ma, a parte questo, raramente nelle vicinanze di un evento Futures c’erano posti interessanti da vedere. Sono sicuro che non ci fossero bar decenti nei dintorni della Smash Tennis Academy del Cairo.
Fra tennisti non parlavamo mai apertamente di quanto bevessimo. Se da un lato era raro che scendessimo in campo con i postumi di una sbornia, dall’altro era fuori discussione concedere un vantaggio all’avversario facendogli sapere che eravamo in hangover. Esseri sobri, però, non era granché meglio: significava cenare da soli al ristorante il venerdì sera dopo una battaglia di tre ore in campo, per poi sborsare qualche centinaio di sterline per il volo verso casa e un treno per l’aeroporto alle 7 del mattino.
I grandi del tennis sono spesso conosciuti con il loro nome di battesimo – Roger, Rafa, Serena –, mentre noialtri siamo conosciuti con un numero: quello del piazzamento nel ranking. Molto più che in qualsiasi altro sport, la classifica mondiale determina con chi giochi, dove giochi e quanti soldi guadagni. I tennisti hanno un rapporto profondo e duraturo con il loro miglior ranking.
La posizione in classifica determinava anche lo status sociale nel circuito professionistico: il numero 90 del mondo non riceve dal campione dello Slam una stretta di mano calorosa come quella riservata al numero 20. Le sorelle Williams non si sono mai fermate a fare due chiacchiere con me quando eravamo alla Bollettieri, ma lo ha fatto una ragazza con cui ho palleggiato e che era al 50° posto del ranking. La posizione di un giocatore all’interno della gerarchia ne determina il comportamento, e tutti ne sono consapevoli.
Se nei Futures la gloria era poca, i compensi erano ancora più scarsi. Il circuito è gestito dalla Federazione Internazionale Tennis (ITF), che supervisiona anche i tornei del Grande Slam e la Coppa Davis. A prima vista il montepremi di 15.000 dollari sembra decente, finché non ci si rende conto che la cifra dev’essere suddivisa fra tutti e trentadue i tennisti del singolare e i trentadue del doppio. Il montepremi del singolare viene distribuito grossomodo così: 1000 dollari al vincitore, 750 al secondo classificato, 480 ai semifinalisti, 275 a chi si ferma ai quarti, 200 a chi si qualifica agli ottavi e 90 – grazie di aver partecipato! – a chi perde al primo turno. Una volta, al primo turno, ho ricevuto una multa di 75 dollari durante un match che poi ho perso, e mi hanno pagato i restanti 15 in monetine.
Chi gioca nei Futures impara rapidamente l’arte della frugalità: poiché non volevo farmi fregare dagli hotel che offrivano servizi di lavanderia a prezzi esorbitanti, lavavo la mia divisa con una saponetta nel lavandino della camera e la appendevo ad asciugare in bagno. I tornei Challenger a volte offrivano cibo gratis durante il giorno, di solito un buffet essenziale a base di pollo, pasta, riso e un po’ di frutta. In caso contrario, che utilizzassi il servizio in camera o mangiassi al ristorante, cercavo di ordinare sempre i piatti più semplici del menu.
In un ambiente così spartano, letteralmente impegnati a lottare per la propria carriera, i tennisti avevano i nervi a fior di pelle. Ho visto racchette volare sulla tettoia del ristorante di un circolo affacciato sul campo, su un albero vicino e contro il braccio di un giudice di linea. Ho visto un asciugamano furiosamente strappato a morsi da un americano con i denti bianchissimi, e raccattapalle di nove anni schivare missili scagliati con rabbia.
Per recuperare la mia posizione in classifica dovevo partecipare a qualche evento Challenger, quindi per la prima volta io e Joe (il coach di Niland, ndr) siamo partiti dall’Australia per giocare una serie di tornei in Sud America. Prima tappa: Iquique, in Cile, nota per essere una delle città più aride del mondo. Il luogo più asciutto della Terra, però, era la mia bocca quando ho cercato di servire al secondo turno. In una città in cui tutti avevano sete, io soffocavo: ero in vantaggio per 4-1 nell’ultimo set contro l’argentino Juan Pablo Brzezicki, che pochi mesi prima era stato nella top 100, ma poi sono riuscito a perdere. “Sei crollato, bello!” mi ha detto un altro tennista dopo la partita, senza riuscire a nascondere un sorrisetto. Aveva ragione.
Ci siamo messi in viaggio verso città colombiane che non avevo – e non avrei più – sentito nominare. Al Challenger di Bucaramanga ho giocato per la prima volta un match notturno all’aperto su terra rossa, e spesso mi è capitato di perdere di vista la traiettoria della pallina per via del riflesso delle luci sulla superficie del campo. Poi siamo partiti in ritardo per Manizales a causa del problema opposto: l’aeroporto di Bucaramanga non era illuminato. Il nostro volo è stato posticipato alla sera, e quando è sceso il buio ci hanno fatto mettere in fila sulla pista in base all’ordine dei posti a sedere in modo che potessimo partire il più rapidamente possibile. Ci siamo precipitati a bordo, abbiamo preso posto e per fortuna l’aereo ha iniziato a muoversi. Ha fatto sì e no un metro e mezzo, poi si è fermato di nuovo e il pilota ha acceso le luci della cabina e annunciato all’interfono: “Mi dispiace, stasera non possiamo volare perché è troppo buio”. Joe è tornato negli Stati Uniti, mentre io ho proseguito il viaggio da solo perdendo miseramente una serie di partite ai primi turni che mi avrebbero fruttato ben pochi punti anche se le avessi vinte.
Un tennista americano del circuito Challenger una volta ha detto che i giocatori di quel livello non si ritirano dal tennis: si limitano a smettere. Non ricordo chi fosse (il che ha perfettamente senso), ma è vero. Non ho comunicato a nessuno dell’ATP che avrei lasciato, non ho firmato nulla: ho soltanto smesso di presentarmi ai tornei. Nessun funzionario del circuito professionistico mi ha contattato per chiedermi dove fossi finito. C’erano centinaia di ragazzi pronti a prendere il mio posto.
Serena Williams ha giocato la sua ultima partita a quarant’anni, Roger Federer si è ritirato a quarantuno, ma per i giocatori professionisti l’età media dell’abbandono è ventisette anni. Andy Roddick si è ritirato dal circuito del singolare pochi mesi dopo di me, anche lui a trent’anni. Durante una conferenza stampa agli US Open del 2012, è andato dritto al punto con il suo caratteristico stile diretto: “Sarò breve e conciso. Questo è il mio ultimo torneo”. Ha spiegato che faticava a essere competitivo a causa degli infortuni e della mancanza di motivazione. Il suo finale non era differente dal mio, anche se le nostre carriere avevano seguito parabole ben diverse dai tempi delle sessioni estive in Florida di tanti anni prima.
Nelle fasce inferiori di questo sport si sceglie di ritirarsi presto per molte ragioni. Innanzitutto la pressione finanziaria data dal fatto di non avere uno stipendio, che alla fine diventa troppo pesante da sopportare; più dei problemi legati agli infortuni cronici, è questa ad allontanare dal tennis moltissimi giocatori. Poi c’è il conflitto emotivo tra mettere su famiglia o rimandare la questione a tempo indeterminato. I giocatori dei tornei Challenger e Futures che avevano relazioni a lungo termine erano pochissimi, e io li guardavo con una sorta di meraviglia. I calciatori che si ritirano dicono spesso che l’aspetto che gli manca di più è il cameratismo dello spogliatoio, ma i tennisti non devono certo preoccuparsi di una cosa del genere: una volta abbandonato il circuito, la mia vita sociale sarebbe migliorata notevolmente.
Due mesi dopo il mio ritiro, ho comunicato i dati della mia carta di credito a una signora dell’ATP. Stavo versando 300 euro per partecipare al corso per allenatori ATP/WTA Professionals che si sarebbe svolto durante un fine settimana a Roehampton, il luogo che era stato teatro dei miei allenamenti con Murray. Ci sarebbe stata Mary Pierce, ex campionessa di tornei del Grande Slam, oltre a una ventina di altri ex giocatori. Il corso conferiva la qualifica di base da allenatore e insegnava a scrivere un curriculum e a prepararsi per un colloquio di lavoro.
Quel weekend di formazione, però, non mi ha insegnato le nozioni di base per affrontare la vita reale che gli altri avevano acquisito durante l’adolescenza o a vent’anni. Io ne avevo trenta e non ero in grado di cucinare nulla se non uova e pasta, né sapevo aprire una bottiglia di vino. Ancora oggi ho problemi a cambiare una lampadina. Ho dovuto disimparare a risparmiare le energie: anche dopo essermi ritirato cercavo sempre di stare a riposo, dimenticando che non dovevo più essere pronto per una partita di due ore sotto il sole il giorno stesso o il successivo. Ho dovuto imparare a essere meno egocentrico, a non sentirmi più il protagonista. Mi ci è voluto un anno per prendere l’abitudine, quando aprivo il frigo per farmi uno spuntino, di chiedere a Síne (la moglie di Niland, ndr) se voleva qualcosa anche lei. Il mondo non girava più intorno a me.
Questo è un estratto editato tratto da Quasi farcela di Conor Niland (Mondadori, 2026)
Copyright © 2025 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Conor Niland è cresciuto a Limerick ed è stato per molti anni il miglior tennista irlandese, sia da juniores che da professionista. Da giovane ha battuto Roger Federer – e conserva ancora gli appunti del suo allenatore su quel match. La sua carriera ha raggiunto l’apice nel 2011, quando è entrato nel tabellone principale di Wimbledon e dello US Open. Vive a Dublino con la moglie e i due figli ed è il capitano della nazionale irlandese di Coppa Davis. Con il suo memoir Quasi farcela ha vinto il premio William Hill Sports Book of the Year.
Segui Mezza Riga su Instagram, commenta, condividi e parlane agli amici.
Mezza Riga è un progetto giornalistico che puoi leggere gratuitamente anche grazie agli sponsor. Se vuoi sostenere questa newsletter come sponsor, scrivi a info@nredizioni.it






