Dammi il tempo – Mezza Riga n. 27
Il tennis, come la vita, non è lineare. Non siamo definiti da una stagione, da un risultato, da una classifica. Possiamo cambiare e diventare quello che non siamo stati prima. Non importa quando
Testo di Davide Re
A vent’anni devi essere già dentro una traiettoria chiara. A venticinque devi aver vinto o quantomeno sfiorato qualcosa di importante, una vittoria in uno Slam, per esempio. A trenta, se non sei già stato qualcuno, sei destinato a diventare una nota a margine. Ci ostiniamo a pensare il tennis come una scienza esatta del tempo. Ma è una narrazione comoda, deterministica, matematica. Ed è anche una narrazione falsa.
Viviamo in un’epoca in cui tutto è misurabile, prevedibile, ottimizzabile, e il tennis è diventato sempre più scientifico con dati, biomeccanica, nutrizione, preparazione calibrati al millimetro. Proprio dentro questa impeccabilità apparente, quella appunto del tennista perfetto, riaffiora qualcosa che non si lascia calcolare. Qualcosa che ha più a che fare con la fede che con la scienza. Non una fede religiosa in senso stretto, ma quella convinzione silenziosa che il proprio momento esista, anche quando non è ancora visibile. Si ha sempre una seconda possibilità che ci viene data o che ci autoassegniamo, dilatando quell’idea di tempo e di memoria, con cui condividiamo la nostra vita con gli altri.
Il tennis, infatti, come la vita, non è lineare. Non lo è mai stato, ma oggi ce ne accorgiamo più spesso perché pretendiamo tutto e subito. Il recente caso di Alexander Bublik è emblematico: talento anarchico, intermittente, quasi insofferente alla disciplina. Vederlo giocare significa lasciarsi trascinare nel mondo dell’irrazionale, dov’è possibile ciò che in realtà non lo sarebbe. Per anni è stato percepito come un giocatore incompiuto, uno che non avrebbe mai trovato una vera continuità. E proprio quando sembrava essersi assestato in una dimensione marginale, ha ritrovato un equilibrio, un modo diverso di stare in campo. Non più il talento che si ribella, ma quello che si accetta. E che sconfina, ormai, in performance di altissimo livello: oggi a ventinove anni ha conquistato 10 titoli ATP in bacheca e oscilla intorno alla decima posizione del ranking.
E poi c’è Jasmine Paolini. Per anni una buona giocatrice, rispettata ma mai centrale. Poi, passati i ventisette anni, qualcosa cambia. Non solo il livello tecnico – che pure cresce – ma la qualità della presenza. Paolini non diventa improvvisamente più forte: diventa più stabile, più consapevole. E da lì arrivano risultati che il tennis, nella sua ossessione per la precocità, non aveva previsto: oro in doppio (con Sara Errani) alle Olimpiadi di Parigi del 2025, dieci titoli di doppio in bacheca, tra cui il Roland Garros, due Billie Jean King Cup vinte con lo squadrone femminile italiano, oltre alle finali di Parigi e Wimbledon in singolare. Best ranking: numero 3 in doppio e numero 4 in singolare. Numeri incredibili. Ma non sono eccezioni. Sono, semmai, la correzione di una prospettiva sbagliata.
Guardiamo indietro. Stan Wawrinka ha vinto il suo primo Slam a ventotto anni e nove mesi, Australian Open 2014. Poi Roland Garros e US Open, sempre contro i migliori della sua epoca. Da leggenda la sua finale a Parigi contro Novak Djokovic. Prima era stato un ottimo giocatore, ma non un dominatore. Aveva perso, esitato, vissuto all’ombra di altri, soprattutto del connazionale Roger Federer. Ha tatuato sul braccio una frase di Samuel Beckett: “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better” (Hai provato. Hai fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio). Stan è davvero l’ultimo dei romantici. Poi, lentamente, è arrivato a una forma di maturità che non era solo tecnica: era esistenziale. Il suo tennis non è cambiato all’improvviso. È cambiato lui. Oggi, nel 2026, a quarantuno anni, sta facendo l’ultimo giro di giostra: la stagione dell’addio, ma cercando di dare ancora il massimo, come dimostrato agli scorsi Australian Open, dove si è spinto fino al terzo turno vincendo due maratone di cinque set.
Oppure la mitica Flavia Pennetta, che vince il suo unico Slam – gli US Open – a trentatré anni, e poi annuncia il ritiro durante la premiazione. Come se quella vittoria non fosse un punto di partenza, ma una chiusura perfetta. Una storia che non avrebbe avuto senso anticipare. E ancora Li Na, che conquista il Roland Garros a ventinove anni e l’Australian Open a trentuno, diventando un simbolo per tutta la Cina. O Marin Cilic, che vince il suo Slam a ventisei anni dopo stagioni di attese e interruzioni, e che oggi a trentotto suonati “rema” ancora dentro al circuito dei pro. O la tedesca Angelique Kerber, che trova la sua stagione perfetta a ventotto anni, quando ormai non era più considerata una possibile numero uno.
Ci sono storie ancora diverse, meno lineari, quasi improvvise, non necessariamente figlie del duro lavoro, fisico e psicologico, o più semplicemente di scelte legate allo scorrere del tempo, come l’ingaggiare un nuovo allenatore, più adatto alla propria visione del tennis. È il caso di Andrés Gómez, ecuadoriano, giocatore elegante e intermittente, mancino, con un diritto “arrotato” davvero fastidioso: vince il Roland Garros nel 1990 a trent’anni, quando ormai non è più considerato fra i favoriti. In finale batte Agassi, allora giovane e già star globale. È una vittoria che arriva fuori tempo massimo, secondo le logiche standard. E proprio per questo così perfetta: dimostra che il tempo del tennis non coincide sempre con quello dell’uomo. E che il tennis come il tempo è galantuomo, perché possiede il senso di giustizia.
Si potrebbe aggiungere anche Goran Ivanišević, che a trent’anni, da wild card e numero 125 del mondo, vince Wimbledon nel 2001 dopo tre finali perse. Una storia che ha qualcosa di romanzesco, quasi evangelico: l’ultimo che diventa primo, il giocatore che sembrava finito e invece trova il suo momento proprio quando nessuno lo attende più. Ora “Cavallo Pazzo”, questo era il suo soprannome, è un apprezzatissimo allenatore del circuito. Insomma, non tutte le carriere sono progettate per durare. Alcune sono costruite per accadere. E accadono quando devono, non quando ci aspettiamo.
E poi c’è il caso più letterario di tutti: Andre Agassi. Talento prodigioso, ribellione, caduta, rock, redenzione. Esplode insieme a Pete Sampras, raggiungendo subito risultati pazzeschi; ma arriva la caduta. Per anni sembra perdersi, smarrendo non solo il tennis ma il senso stesso di ciò che fa. Poi cambia tutto. Cambia il contesto, cambiano le relazioni, cambia il modo di allenarsi. Si libera da suo padre, si allontana da Nick Bollettieri, incontra Steffi Graf, costruisce un nuovo equilibrio. E lì, tra i trenta e i trentacinque anni, diventa il giocatore più completo della sua carriera. Non il più spettacolare, ma il più vero, un vero numero uno, dall’empatia totale con il pubblico. Chi ama il tennis ama Agassi, anche se non lo ha mai visto giocare una sola volta.
Forse è qui che si nasconde il punto. Continuiamo a leggere le carriere come traiettorie uniche, quando in realtà sono fatte di interruzioni, deviazioni, seconde possibilità. Non linee, ma spirali, come il DNA. C’è una dimensione tecnica, certo. A volte un giocatore non esplode perché si allena nel modo sbagliato, perché è dentro una relazione tecnica che non funziona. Basta cambiare allenatore, metodo, ambiente. Basta uscire da una tensione, da un blocco, da un’idea di sé che non corrisponde più alla realtà. Il tennis è pieno di queste piccole rivoluzioni silenziose. Ma accanto alla tecnica c’è qualcosa che non si insegna. La capacità di restare. Anzi, il reclamare il diritto di restare. Di attraversare il tempo senza farsi definire dal risultato immediato. In un antico testo giapponese, attribuito al codice dei samurai, si legge che “la via del guerriero è nella perseveranza quotidiana”. Non nel gesto eroico, ma nella ripetizione. Non nella vittoria, ma nella fedeltà al proprio percorso: un campione come Wawrinka parla sempre di “routine”, ovvero ciò che devi fare ogni giorno per essere al top. È un principio che ha qualcosa in comune con i salmi. “Il mio tempo è nelle tue mani”, scrive il re David. Non è una resa, ma un affidamento. L’idea che il tempo non sia solo qualcosa che si consuma, ma qualcosa che si attraversa.
Il tennis contemporaneo sembra dimenticarlo. Trasforma ogni stagione in un giudizio definitivo. Lo vediamo con Sinner: Jannik arriva in semifinale agli Australian Open 2026, dove perde una partita epica contro Djokovic, uno che ha dominato il tennis per un decennio e che nel 2025 ha centrato le semifinali in tutte le prove dello Slam a trentotto anni, e già si parla di “crisi”. Ma la vita – e il gioco – funzionano diversamente. Perché crescere non è un processo uniforme. Ci sono stagioni in cui si semina senza raccogliere. Periodi in cui tutto sembra fermo, e invece qualcosa sta covando. E altri in cui improvvisamente tutto torna: il corpo, il gesto, la fiducia. E arrivano i successi sperati.
E allora il vero errore non è arrivare tardi a vincere. È credere che esista un “troppo tardi”. Pretendiamo da sportivi poco più che maggiorenni una consapevolezza che non chiediamo nemmeno a noi stessi e che, spesso, non chiediamo neanche ai nostri figli. Quando lo facciamo, vogliamo che a vent’anni sappiano già chi sono, cosa possono fare, dove arriveranno. Come se la maturità fosse un prerequisito e non una conquista. Ma il tennis, ostinatamente, ci smentisce. Ci dice che si può cadere e tornare. Che si può perdere il senso e ritrovarlo. Che la forma migliore non è sempre quella iniziale, ma quella che arriva dopo, quando si è smesso di voler dimostrare qualcosa.
In uno sport sempre più tecnologico, sempre più perfetto nei suoi parametri, resta uno spazio che sfugge: quello nella fede che il proprio tempo esista, anche quando non è visibile, che il percorso abbia un senso, anche quando non produce risultati, che il traguardo non sia solo vincere, ma arrivare. Per questo le storie che restano non sono solo quelle dei predestinati, ma anche – talvolta soprattutto – quelle dei ritardatari. Di chi ha avuto bisogno di più tempo e ha saputo aspettarsi, magari perdendosi per poi ritrovarsi. Perché sono storie che parlano anche a noi, ricordandoci che non siamo definiti da una stagione, da un risultato, da una classifica. Che possiamo cambiare. Che possiamo tornare. Che possiamo diventare quello che non siamo stati prima. Non importa quando.
Davide Re è viceresponsabile della sezione culturale di Avvenire, composta dalle pagine quotidiane “Agorà”, dal settimanale “Gutenberg” e dal mensile “Luoghi dell’Infinito”. In particolare, si occupa di scienza e tecnologia.
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