Quando cade un eroe – Mezza Riga n. 34
Nella forza di ogni tennista, così come in quella di ogni essere umano, c’è la sua debolezza. Da Sinner a Nadal, passando per Churchill e Simone Biles
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Atkinsons 1799.
Testo di Simone Spetia
Illustrazione di Andrea Legnaioli
Se Jannik Sinner avesse modi e atteggiamenti diversi, la sua sconfitta a Parigi sarebbe perfettamente assimilabile a una caduta da mito greco. La hybris, che tendiamo grossolanamente a tradurre come superbia o tracotanza, è il momento nel quale l’eroe oltrepassa i limiti che sono imposti all’uomo dagli Dèi ed essi prima lo puniscono, per poi farlo cadere in rovina.
Non è tipo da hybris, Sinner, ma noi lo siamo. E può darsi che raccontandone la striscia di vittorie, la quasi invincibilità, l’assenza di rivali, lo abbiamo spinto ad abitare questa narrazione. Gli Dèi non puniscono la grandezza, ma chi nella grandezza dimentica di essere mortale. Forse glielo abbiamo fatto dimenticare.

Tutto piuttosto suggestivo, se non fosse che gli Dèi non esistono (scusate, amici pagani) e che Sinner probabilmente sa benissimo di essere mortale. Però i miti greci hanno da sempre la grande capacità di identificare gli archetipi, di cristallizzare le ricorrenze del nostro agire, di leggere le strutture mentali del comportamento umano, tanto che Sigmund Freud li ha inclusi nel suo armamentario teorico con una tale efficacia che il complesso di Edipo, quello di Elettra e il narcisismo sono entrati nella cultura popolare.
Quello che succede su un campo da tennis in fondo non è così distante dalle storie raccontate da Omero, Esiodo e dai tragici, spesso storie nelle quali l’eroe è solo di fronte alle avversità, lotta quasi più contro se stesso che contro i suoi nemici, e nelle quali la fragilità è una componente strutturale della grandezza. L’unico punto debole del fisico invulnerabile di Achille lo è per conseguenza diretta della sua condizione, ossia la madre Teti che lo immerge nello Stige tenendolo per il proverbiale tallone. Ed è nella sua stessa bellezza, nell’incapacità di uscirne, che risiede la rovina di Narciso.
La forza di Sinner non è solo nei suoi colpi, ma anche nella tenuta mentale: reggere la pressione, ribaltare un game di servizio che si avvia verso il break, scovare i punti deboli dell’avversario nel corso del match e sfruttarli, dare la sensazione a chi è dall’altra parte della rete di trovarsi di fronte a una inscalfibile macchina da punti. Su questo i racconti degli avversari nel dopo partita convergono. L’impressione che ha dato – non per la prima volta – è che a quella costruzione mancasse qualcosa: quando il fisico si trova in determinate condizioni, la testa lo segue con una rapidità inusuale, fino a dover affrontare una crisi di panico come agli Internazionali di Roma contro Medvedev.
Per certi versi la vicenda ricorda quella recente di un’altra atleta considerata imbattibile, la ginnasta americana Simone Biles. La sua grandezza poggia sul senso dell’orientamento assoluto nello spazio durante rotazioni ad alta velocità, tanto che cinque elementi delle sue discipline, accettati nel codice della federazione, portano il suo nome. Un onore riservato a nessun altro. Alle Olimpiadi di Tokyo 2021, quella qualità smette di funzionare: i twisties, disconnessioni neurologiche tra corpo e mente, la colpiscono in gara, non sa più dove si trova mentre ruota e soprattutto ha paura che la cosa torni a verificarsi. Si ritira da quasi tutte le competizioni. La connessione si rompe di colpo. La qualità che la rendeva inarrivabile e la fragilità che la ferma sono, alla fin fine, la stessa cosa.
Il punto è questo: la grandezza non coesiste con la fragilità, la produce. Non sono due proprietà separate di una persona. Ce lo racconta il corpo martoriato di Rafa Nadal, che sulla potenza, sui recuperi impossibili, sui movimenti esasperati, sulla tenacia e l’aggressività agonistica ha costruito il suo mito (e che eroe greco che sarebbe stato!). Ce lo racconta la testa di Novak Djokovic, così solida in campo e così debole nel cedere alle teorie antiscientifiche, dall’ostilità ai vaccini a fantasiosi magneti da inserire nel corpo, fino a sostenere di conoscere “alcune persone che attraverso la trasformazione energetica, il potere della preghiera e della gratitudine sono riuscite a trasformare il cibo più tossico e l’acqua più inquinata nell’acqua più curativa. Perché l’acqua si trasforma, gli scienziati hanno dimostrato che le molecole reagiscono alle nostre emozioni”: si può essere il giocatore più vincente della storia del tennis e insieme un personaggio buono per La Zanzara.
Gli esempi possono andare ampiamente oltre lo sport e la storia ce ne consegna infiniti. Di Winston Churchill celebriamo sempre e giustamente il ruolo nel non cedere ai nazisti, nel trasformare la paura per la guerra nella determinazione di un intero paese e poi di un continente. Ma raramente viene ricordato il suo secondo giro da premier. Inizia nel 1951, poi nel 1953 viene colpito da un gravissimo ictus: i collaboratori lo coprono, il suo biografo e parlamentare Roy Jenkins scriverà che era “gloriosamente inadatto all’incarico”, ma si dimette solo nel 1955. La sua solidità, la sua incapacità di riconoscere la sconfitta si erano trasformate nella sua più grande debolezza.
E qua torniamo a un argomento che avevamo solamente sfiorato scrivendo di un altro momento difficile di Jannik. Per alcune culture, come quella giapponese, apparentemente più rigide, la fragilità sa diventare bellezza. Altre, come quella greca antica da cui siamo partiti, hanno dei rituali per viverla ed esorcizzarla collettivamente, come la rappresentazione teatrale delle tragedie. La nostra cultura contemporanea sembra, invece, aver perso la capacità di riconoscere la fragilità come dato strutturale dell’essere umano, tanto che larga parte degli italiani si è lanciata nella ricerca di una causa medica per Sinner: le persone coi capelli rossi sono più sensibili al sole e al caldo, un problema genetico, ha mangiato male, ha dormito poco. Se c’è una spiegazione razionale, c’è anche una cura. Quando affrontiamo i casi di cronaca non va diversamente: ha ucciso per gelosia, per senso del possesso, per invidia, per l’eredità, per noia. La certezza di una causa e di un effetto ha un potere tranquillizzante, ci permette di tornare sui binari della nostra vita quotidiana senza farci troppe domande.
Il problema non sta nel ricercare una causa, che in molti contesti è necessaria. Lo è in ambito sportivo, ovviamente, ed è giusto che Sinner faccia tutte le analisi che ritiene di fare; lo è in ambito giudiziario, per esempio per identificare un movente e perché la giustizia possa usare la bilancia e la spada nel modo giusto. Ma se questa ricerca serve a chiudere la questione, e diventa uno strumento per cancellare l’abisso grande o piccolo nel quale ci gettano certe situazioni, si tramuta in un espediente comodo per stare tranquilli. Ci fa smettere di abitare nella realtà e di riconoscere in noi stessi quei dolori e quelle fragilità che sono connaturate al nostro stare nel mondo.
Il tennis è davvero, e forse molto più di altri sport, un piccolo specchio magnificatore della vita. In questa chiave viene da guardare con maggiore indulgenza, per esempio, all’incapacità di Tsitsipas di staccarsi dal padre, a tutto il tempo che ci ha messo Alexander Zverev a superare i suoi limiti arrivandoci adesso, a 29 anni compiuti, ai buchi di prestazione di Aryna Sabalenka, che in quest’ultimo Roland Garros si sono trasformati in una voragine, all’ostinazione di Moutet nel voler essere una specie di irritante giullare del circuito.
E quel po’ di sofferenza che abbiamo provato per l’uscita di Jannik, temperata dalla magistrale prestazione di Flavio Cobolli, risponde sempre a queste logiche: abbiamo bisogno dell’eroe inattaccabile perché ci protegge dall’ansia di sapere che nessuno è al riparo. La narrazione dell’invulnerabilità è un meccanismo di difesa. Riconoscere la fragilità altrui significa accettare la propria: nessuno lo fa volentieri.
Il campo da tennis è anche il luogo che più assomiglia alla struttura dei miti antichi. Niente compagni, niente sostituzioni, nessuno a metterci al riparo. Quando il corpo cede o la mente vacilla, nascondersi è impossibile. È uno specchio magnificatore, come si diceva, ma proprio per questo impietoso, perché ingrandisce tanto la forza quanto le debolezze. Per due settimane all’anno, in primavera a Parigi, lo specchio è anche di terra rossa, sotto un sole che non perdona. Sinner ha ripetuto che “nessuno è un robot”. È vero. L’errore è stato nostro nel pensare, prima, che lui potesse esserlo.
Questo numero di Mezza Riga è realizzato grazie al sostegno di Atkinsons 1799.
Simone Spetia, giornalista di Radio 24. Interessato di politica, economia, finanza, social, storia, tecnologia, e soprattutto di tennis, oggi è autore e conduttore di “24 Mattino”.
Segui Mezza Riga su Instagram, commenta, condividi e parlane agli amici.
Mezza Riga è un progetto giornalistico che puoi leggere gratuitamente anche grazie agli sponsor. Se vuoi sostenere questa newsletter come sponsor, scrivi a info@nredizioni.it







Grazie. Condivido pienamente. Proprio ieri stavo pensando alla bellezza della fragilità, senza la quale non si spiega la lotta che porta alla felicità della vittoria.
Nessuno sport come il tennis sa destabilizzare l'equilibro emotivo di un atleta, soprattutto ad altissimo livello. C'è chi ha detto che per primeggiare nel tennis bisogna essere individui non particolarmente intelligenti: chiaramente non è vero, però essere relativamente acculturati e avere una certa aridità morale di fondo può aiutare molto a superare più o meno indenni le pressioni incredibili cui sono sottoposti un Sinner ora come un Borg allora. Saper fondare tutta la propria esistenza su una pallina che rimbalza, in effetti, è una cosa angosciante... Ad maiora.