L’altro svizzero – Mezza Riga n. 28
Nel tennis si esiste solo in relazione all’avversario, e lui ha vissuto vent’anni nell’ombra di Federer. Ma ha anche vinto tre Slam nell’èra dei Big Four. L’ultimo giro di giostra di Stan Wawrinka
Testo di Giorgia Mecca
Stan Wawrinka non è fotogenico. Dal vivo è più alto e più snello di quanto non appaia in televisione. Più bello, anche. A 41 anni sta vivendo la sua ventiquattresima stagione da professionista, l’ultima. Ha un piccolo desiderio, lui che è stato numero 3 del mondo: vuole concludere la carriera tra i primi cento.
Bjorn Borg cominciò a pensare al ritiro a ventiquattro anni, dopo aver perso la finale dello US Open contro John McEnroe: “In quel momento ho smesso di essere numero uno del mondo. Bene, non volevo nemmeno essere il numero due”.
Stan ha vissuto in un’epoca che per definizione non lo ha mai contemplato, quella dei Big Three, a volere essere inclusivi dei Big Four. Dove si collocava lui in mezzo a loro? Il peggiore tra i migliori o il migliore tra i peggiori? Qualsiasi risposta appare ingenerosa.
Il fatto è che Stan Wawrinka avrebbe avuto il sacrosanto diritto di odiare il tennis più di tutti gli altri. Quando nasci nel posto sbagliato al momento sbagliato, nella Svizzera degli anni Ottanta, quattro anni dopo Roger Federer, giusto per essere rassegnato a essere la sua brutta copia, come fai a non farti massacrare da questo pensiero, tu che per deformazione professionale hai dovuto imparare che si esiste solo in relazione all’avversario, che sei sempre tu contro l’altro, chi è il migliore e chi è il peggiore tra voi due? Se l’ormai ultracitata frase di Samuel Beckett che porta tatuata sul braccio, “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better” (Sempre provato, sempre fallito, fallisci ancora, fallisci meglio), sembra una dichiarazione d’intenti, lo è ancora di più vederlo arrivare ad allenarsi al Tennis Club Napoli per giocare un torneo del circuito Challenger, il gradino più basso del tennis professionistico, quello in cui gravitano giocatori con ranking a tre cifre, come il francese Matteo Martineau, ventisette anni e numero 317 in classifica, uno dei tanti che ci ha provato e non ce l’ha fatta, ma che potrà mettere a curriculum di aver battuto l’uomo che un tempo è stato Re di New York, d’Australia e di Francia.
È un’immagine triste solo per chi la tristezza vuole andarla a cercare. Lui risponde che il tennis è tennis ovunque. Lo è stato certamente sul Philippe-Chatrier quel 7 giugno 2015 e lo è, anche senza le dovute proporzioni, sul campo numero 4 del circolo di Napoli dove lui arriva un’ora prima della sua sessione di allenamento. “Ho ricevuto dal tennis più di quanto abbia dato”, sostiene Stan, quando lo intervisto, e bisogna credergli. Da piccolo sognava di diventare un giocatore professionista, di vedere il suo nome nel tabellone principale di un grande torneo. La sua immaginazione non si spingeva oltre. “Vuoi diventare il numero uno del mondo?”. Lui ha sempre risposto che no, era un peccato di hybris. È cresciuto a Saint-Barthélemy, i suoi genitori gestivano un centro per persone con disabilità mentali, li aiutavano a essere autosufficienti, Stan ha vissuto in mezzo a loro, vita reale e problemi reali. Wimbledon non poteva essere il primo pensiero e non doveva diventare l’ultimo. Wimbledon, il torneo dei tornei, l’unico Slam che lo svizzero non ha mai vinto e anche questo ha un senso nella parabola di un campione in mezzo ai Campioni.
Il tennis per deformazione professionale ti porta a vedere gli altri, tutti gli altri, come avversari. Le cose si complicano quando gli altri sono quei tre. È crudele ma inevitabile che non possa esistere la storia di Wawrinka al di fuori di Federer, Djokovic, Nadal. Che fine fa Stan al loro cospetto? Scompare. Nel momento in cui decide di ripercorrere il suo viaggio nel tennis, sa che dovrà rispondere alle domande sui suoi più illustri colleghi. Sorride ogni volta che parla di loro. Ha l’atteggiamento dello sconfitto ma li ha battuti tutti quanti in finali importanti. Nadal a Melbourne, Djokovic a Parigi e New York. Tutte e tre le volte, da sfavorito ha vinto contro i numeri uno del mondo. Nel 2014 ha battuto anche Roger Federer in finale al Masters 1000 di Monte Carlo e non è riuscito a esultare. Lo hanno definito, in mezzo a molti altri soprannomi, Stanimal, Stan the Man, Diesel, Killer dei giganti: killer ma non seriale, killer estemporaneo. “Nei miei giorni migliori sono riuscito a batterli, ma la verità è che loro erano migliori di me in tutto”. Fine del discorso.
Però quel discorso merita di essere approfondito. L’underdog che si presenta in finale senza averne l’abitudine, contro gli uomini che sanno come si celebra la domenica della festa. Tutta la vita a farsi spazio senza sgomitare, ad assecondare la sua indole a stare sempre un passo indietro, lo sguardo sempre un po’ malinconico chissà perché, è stato il numero 3 del mondo e non ha mai guardato un centimetro più in su.
Non è hybris e non è vendetta, Wawrinka non si fa i discorsi guardandosi allo specchio per motivarsi come Djokovic, non salta e corre come un ossesso alla Nadal, il suo mantra è quel tatuaggio sull’avambraccio, fallisci meglio. Solo che quel giorno non fallisce. Impone il suo rovescio a una mano, brutale e magnifico (un colpo che se fosse una maglietta di calcio andrebbe ritirato subito dopo il suo ultimo match).
Mi è capitato di chiedergli come si battono i numeri uno. Lui ha risposto con un sorriso. Forse la domanda era stupida. Il segreto è ancora una volta Samuel Beckett, fallisci meglio ma in ogni caso non esitare. Se ti trovi con tutto il corpo fuori dal campo e decidi di tirare un rovescio lungolinea, non esitare, fidati del tuo braccio, fidati del tuo coraggio.
Flavia Pennetta un giorno ha detto che in un anno solare ai tennisti succede non più di cinque volte, e forse cinque sono troppe, di giocare il loro miglior tennis. Wawrinka ci è sempre riuscito nel posto giusto al momento giusto. Quel pomeriggio a Parigi indossava un completo terribile, da vero naïf, una polo sgangherata sopra un paio di pantaloncini rossi e bianchi simil tartan, un outfit talmente brutto da diventare leggendario e infatti ripreso dal suo sponsor nel colletto della t-shirt che indossa quest’anno. Anche l’outfit racconta molte cose, negli anni dei completi impeccabili di Federer, di Nadal vestito a immagine e somiglianza del suo tennis, di Djokovic sobrio e adatto a ogni occasione, lo svizzero, l’altro svizzero, è sempre risultato un po’ fuori tema.
Fuori tema e fuori tempo. Eppure 972 partite in carriera, 588 vittorie, 16 titoli vinti, il primo nel 2006, l’ultimo undici anni dopo. A quarantuno anni oggi è il giocatore più anziano in top 1000. “Che ci fai ancora in campo, Stan?”. La domanda è crudele e legittima, soprattutto se posta da chi certi campi non li ha vissuti mai. La risposta di chi, al contrario, ha visto e ha vinto, è la seguente: “Quando carriere come le nostre finiscono, finiscono per sempre. Non si ha la possibilità di fare retromarcia. Io so che dopo il mio addio non vivrò mai più niente di simile a quello che ho vissuto in campo”. È la stessa cosa che dice Paolo Rossi subito dopo aver vinto il Mondiale: “Non avrei mai più vissuto un momento del genere. Mai più in tutta la mia vita”. E allora giocala ancora una volta Stan, questa tua last dance che non vuoi chiamare così, ma preferisci pensare che sia un saluto a tutti quelli che in questi vent’anni hanno imparato a fare il tifo per te. Late bloomer nel tennis e nell’affetto da parte degli altri. Era impossibile tifare per lui quel pomeriggio a Monte Carlo contro Re Roger, ma quanti occhi pieni di lacrime ha incrociato a Melbourne dieci anni dopo, prima di ringraziare tutti unendo le sue mani a forma di cuore? Quanti proveranno nostalgia per quel rovescio, che forse sopravviverà a lui ma non sarà lo stesso.
23 novembre 2014. Al Grand Stade di Lille per la finale di Coppa Davis tra Francia e Svizzera, gli elvetici giocano fuori casa. Quella sera più di ventimila persone indossano la maschera di Roger Federer, che sta per vincere l’unico titolo che ancora gli manca. In mezzo ai quei ventimila c’è anche Stan Wawrinka, che ha deciso, lui che in quel fine settimana aveva conquistato due punti fondamentali, in singolare e in doppio, per conquistare il titolo, di nascondere la sua faccia sotto quella del suo compagno: “Pensavo fosse una cosa bella”. Prima ancora di essere oscurato dalla personalità straripante dell’altro, ha deciso lui stesso di oscurarsi, un atto di autosabotaggio così innaturale nel tennis.
Batman ci nasci. Robin devi diventarlo. Il primo è un dono di chi sta lassù, il secondo è educazione, consapevolezza del proprio ruolo, invitato alla festa, mai come attore protagonista. Non tutti nascono Leonardo DiCaprio, prima lo capisci meglio è, prima lo capisci e prima ti godi l’immenso privilegio di ricevere la standing ovation del pubblico dopo un vincente pazzesco. Forse per questo Stan Wawrinka è ancora in campo. E si stupisce quando, tra i vicoli di Napoli qualcuno lo riconosce mentre sta prendendo una bici a noleggio e lo saluta. Non Superman, ma comunque The Man, Stan The Man.
Giorgia Mecca è nata a Torino nel 1989. Gioca a tennis da quando ha memoria, e quando non gioca lo guarda. Collabora con Sky Sport, il Foglio e il Venerdì di Repubblica. Ha scritto un libro: Serena e Venus Williams, nel nome del padre (66thand2nd).
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Pezzo bellissimo, proprio per l'epoca storica in cui è capitato Wawrinka è stato eccessivamente sottovalutato; in realtà, è stato molto vicino a Murray più di quanto lo scozzese lo sia stato ai Big Three. E quel rovescio lascerà comunque una traccia.
Pezzo che mi è piaciuto perché lo descrive molto bene. L’anno scorso verso metà giugno, una mattina l’ho incrociato all’aeroporto di Fiumicino, veniva da un’eliminazione precoce al Challenge di Perugia, andava di fretta a prendere un volo e sembrava la descrizione che Giorgia Mecca ne ha fatto di quella finale parigina, perchè era vestito da capo a piedi come su un campo da tennis: scarpe da tennis (ma immacolate non sporche di terra rossa), calzini e pantaloncini da tennis, maglietta girocollo sgangherata sopra e l’immancabile borsone con le racchette sulle spalle. Passo molto svelto, da vicino alto e piazzato, slalomeggiava fra i viaggiatori ma quasi nessuno lo riconosceva, solo dei ragazzi timidamente lo hanno additato sorridendo,
senza fermarlo però. Visto così, vestito in modo bizzarro per un uomo di 40 anni, mentre si allontanava velocemente verso un gate, mi ha fatto un pò sorridere e provare un pò di tenerezza al tempo stesso, a dirla tutta. Quasi la rappresentazione del crepuscolo degli eroi.